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Pietro Bornia - La Porta magica di Roma: studio storico (1915) - parte seconda

Pagina on-line dal 19/05/2012

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VICENDE DELL' EX- REGINA DI SVEZIA.

Cristina Alessandra, nell'estate del 1666 - cioè mentre avveniva il primo de' narrati fatti - si trovava, per le eccessive spese incontrate, a corto di denari; sicché fu costretta a impegnare le proprie gioie. Allora decise di recarsi in Francia per farsi pagare dal cardinal Mazzarino un preteso credito, rimontante alla guerra dei Trenta anni. Giunse colà nel giugno di quell'anno. Ma l'astuto ministro di Luigi XIV temporeggiò. Ella allora tornò in Italia e si fermò a Pesaro, donde mandò a Roma il conte Francesco Maria Santinelli, per predisporvi il suo ritorno. Questi però, che era un gran ciambellano ladro, spegnò è vero i gioielli di lei; ma li rimpegnò subito per conto proprio, vendette piatti, vassoi e candelabri, e cavò persino l'oro e l'argento dai ricami dei vestiti.
Anche il palazzo Farnese fu svaligiato; il conte fece man bassa su ogni cosa: quadri, tappezzerie, mobili e persino il piombo dei cornicioni. È da ritenere che sia stato durante il soggiorno a Pesaro, che l'ex-regina abbia avuto contezza del fatto avvenuto al marchese Palombara, e che se ne sia rallegrata con lui per iscritto. Stanca d'attendere in Italia la risposta del Mazzarino, mentre il conte Santinelli compiva le note prodezze, Cristina Alessandra aveva lasciato Pesaro, ed era tornata in Francia. Fu colà che ella commise un gravissimo abuso di potere, del quale Luigi XIV fu tanto indignato che la fece pregare di partire immediatamente dalla Francia.


***

La Pallade svedese, il 15 maggio 1658, era di ritorno in Roma. Dopo quanto era avvenuto al palazzo Farnese, non convenendole metter campo a rumore, entrò nella nostra città silenziosamente e prese stanza al palazzo Mazzarino (ora Rospigliosi), prossimo a quello del Quirinale.
Sua Santità a cui erano ben note e la condotta della illustre convertita, e le truffe del conte Santinelli, non vedeva di buon occhio quella vicinanza. Sapendo le ristrettezze in cui ella versava, le mandò qualche regalo di commestibili; ma poi fece crescere le guardie al Quirinale e custodire a vista lei e quella schiuma dei suoi cortigiani (48). In pari tempo le fece sapere, per mezzo del cardinale Decio Azzolino, suo consigliere, che il gran ciambellano non si lasciasse vedere, ché sarebbe incappato nel bargello. Il conte Santinelli fu perciò inviato da lei a Vienna, a riverire Leopoldo I, nuovo imperatore dei Romani. In seguito, recatasi al palazzo Riario, alla Lungara, scelto qual nuova abitazione, cominciò per lei un periodo non brillante, ma in compenso calmo, dopo tanta travagliata esistenza. Nel 1660 morì il re di Svezia e allora la Riformatrice del Nord si recò a Stoccolma, per farsi riconfermare le rendite, che infatti lo furono. Colà si trattenne fin quasi alla metà dell'anno 1662. Rientrò in Roma il 20 giugno di quell'anno e riprese le sue occupazioni ordinarie d'arte, di scienze e lettere. Nel palazzo dei Riari (ora Corsini) la Accademia di Camera tenne importanti e sontuose sedute, e al giardino che adorna l'edifizio fu dato il titolo arcadico di Bosco Parrasio (49), che poi passò all'orto dei francescani, a San Pietro in Montorio, sede ufficiale dell'Arcadia, nel 1690.


***

Basilissa tornò adunque alle conversazioni geniali, alle lettere, agli studi, ai quali si aggiunsero allora l'alchimia e la ricerca della pietra filosofale.
A tal riguardo si sa ch'ella, per la brama di far scoperte «si mise attorno un bolognese, di nome Bandiera, insieme al quale attendeva di continuo ai lambicchi e ai fornelli; e non di rado avveniva che le spalle forti del bolognese avessero a rimaner dolenti delle busse che lei indispettita di non veder sortire il bramato effetto, sapeva fargli somministrare. Si immaginava inoltre Cristina di conoscere il segreto di campare più di un secolo; ed avendo essa un giorno letto nel «Mercurio Galante» un'altro segreto di simil genere, e tosto sperimentatolo, poco mancò che non ne rimanesse vittima. (50).

VIII - EPIGRAFI ED ENIMMI.

Le iscrizioni fatte porre dal marchese Palombara in diverse parti della sua villa erano sei. Di esse cinque, (quelle del casino e dell'ingresso secondario) sono presentemente scomparse; e la sesta è quella incisa sulla porta magica di Piazza Vittorio Emanuele. Delle scomparse tre sono da attribuire al marchese e due al pellegrino.

Prima epigrafe.

Sopra la porta d'ingresso della sala centrale de pianoterra del casino, dalla parte interna, dentro un disco sostenuto da due geni alati, si leggeva:

AQUA
A QUA HORTI
IRRIGANTUR
NON EST AQUA
A QUA HORTI
ALUNTUR

L'acqua con la quale i giardini sono annaffiati non è l'acqua dalla quale sono alimentati.
Questa è un'allusione ai fermenti alchimici, o chimici, e al potere dell'elettricità sulle piante.

Seconda epigrafe.


Sopra la porta laterale, alla destra di chi entrava, nella detta sala, si leggeva:

CUM SOLO SALE ET SOLE SILE
SOPHORUM LAPIS NON DATUR
LUPIS


Accontentati (sile) del solo sale (cioè dei sapere) e del sole (cioè della ragione).

La pietra filosofale non e data ai lupi, cioè agli avidi, ai concupiscenti.

In altre parole, l'iscrizione dice: Ti basti avere sapienza e scienza. Più chiaramente: sprezza le ricchezze e il sensualismo.

Terza epigrafe

Sopra l'altra porta laterale, alla sinistra di chi entrava nella sala, v'era quest'altra iscrizione:


QUI POTENTI NATURAE ARCANA REVELAT MORTEM QUAERIT.
HODIE PECUNIA EMITUR SPURIA NOBILITAS SED NON LEGITIMA SAPIENTIA

Colui che svela gli arcani della natura al potente (alla persona influente), cerca da se stesso la morte.

In questo caso la morte significa la depressione morale, che trae seco la morte fisica. Ogni iniziato che svela i Veri dei quali é entrato in possesso, a chi é immeritevole di conoscerli, compie opera turpe, perché fa sì che altri li polluisca, li insozzi. E questa criminosa azione trae seco non la riconoscenza altrui, ma l'odio più feroce, la persecuzione più violenta, l'assassinio o il suicidio. Tutti i grandi iniziati - Crisna, Mosé, Pitagora, Orfeo, Gesù, Cagliostro pagarono con la vita questo reato, da loro commesso in prò dell'umanità ignara e sofferente.

Oggi col danaro si compra una fittizia nobiltà, ma non il vero sapere. Quest'ultimo, difatti, si consegue solo per mezzo dell'iniziazione.

Nell'antichità e nel medio evo fare l'alchimista non significava eseguire soltanto praticamente le operazioni trasmutatorie. Si trattava di ben altro. Dedicarsi alla crisopea significava entrare a far parte d'una società di saggi, di un monacato laico. L'alchimista, per esser veramente tale, doveva essere virtuoso, segreto, intelligente e coraggioso. In altre parole, egli doveva saper mettere in pratica il dettame esoterico: Sapere, Volere, Osare, Tacere. Chi, per caso, si lasciava vincere - mentre studiava - dal sensualismo o dalla venalità, si involveva, si materializzava di nuovo, e da quella caduta non si rialzava più. Immagine di tali disgraziati é "il Folle" o àmens del Tarocco (lamina XXI). L'abbandono della Scienza Sacra portava con sé la perdita del dono della divinità, cioè del talento. L'involuto non era più assistito dall'Altissimo nei suoi lavori; ed egli cessava, per quel fatto, di far parte della schiera degli eletti, per ingrossare quella dei souffleurs (dei soffiatori), cioè dei chimici, dei ciurmatori e dei monetari falsi, quali il Capocchio e il Griffolino di Dante (Inferno XXIX, 136-139; Idem, XXIX, 118-120).

Quarta epigrafe

L'iscrizione seguente stava affissa al muro esterno del casino; ma non si sa a quale delle quattro pareti. Però molto probabilmente stava su quella d'ingresso. Essa ha riferimento, in generale, all'amenità della Villa; però, quando se ne legge la seconda parte, che va fino alle parole claudit Vellus, si é indotti a credere che essa non sia altro che la traduzione latina del discorso tenuto dal Marchese Palombara all'ignoto pellegrino. Continuandone la lettura, poi, fino alla fine, si rileva chiaramente che la sua terza parte è la risposta data da quest'ultimo al suo generoso ospite. É quindi fuor di dubbio che l'epigrafe sia un componimento poetico del pellegrino, anziché del marchese o di altra persona. Diceva così:

[1] (HOC IN RURE, CAELI RORE, FUSIS AEQUIS, PHYSIS AQUIS, SOLUM FRACTUM, REDDIT FRUC||TUM, DUM CUM SALE NITRI, AC SOLE, SURGUNT FUMI SPARSI FIMI. ISTUD NEMUS || PARVUS NUMUS, TENET FORMA SEMPER FIRMA, DUM SUNT ORTAE SINE ARTE VI||TES, PYRA, ET POMA PURA. HABENS LACUM, PROPE, LUCUM, UBI LUPUS NON, SED LEP||US SEPE LUDIT; DUM NON LAEDIT MITES OVES, ATQUE AVES; CANIS CUSTOS INTER ||CASTOS AGNOS FERAS MITTIT FORAS, ET EST AEGRI HUJUS AGRI AER SOLUS VERA || SALUS, REPLENS HERBIS VIAS URBIS. SULCI SATI DANT PRO SITI SCYPHOS VINI.

[2] INTRO||VENI, VIR NON VANUS. EXTRA VENUS. VOBIS, FURES, CLANDO FORES. LABE LOTUS, BI||BAS LAETUS MERI MARE, BACCHI MORE. INTER UVAS, SI VIS, OVAS, ET QUOD CUPIS, GRA||TIS CAPIS. TIBI PARO, CORDE PURO, QUICQUID PUTAS, A ME PETAS. DANT HIC APES CLA||RAS OPES DULCIS MELLIS, SEMPER MOLLIS. HIC IN SILVAE UMBRA SALVE TU, QUI LUGES, || NUNC SI LEGES NOTAS ISTAS, STANS HIC AESTAS, VERA MISTA; FRONTE MOESTA NUNQUAM || FLERES, INTER FLORES SI MANERES, NEC MANARES INTER FLETUS, DUM HIC FLATUS AURAE || SPIRANT, UNDE SPERANT MESTAE MENTES INTER MONTES, INTER COLLES, INTER CALLES, || ET IN VALLE HUJUS VILLAE, UBI VALLUS CLAUDIT VELLUS.

[3] BONUM OMEN, SEMPER AMEN || ETIAM PETRAE DUM A PUTRE SURGUNT PATRE, ITA NOTAS, HIC VIX NATUS, IN HAC || PORTA, LUTO PARTA, TEMPUS RIDET, BREVI RODET.

Quest'iscrizione dissilaba è un giuoco letterario. Il latino - sebbene decadente - ha una assonanza che riesce gradita all'orecchio, come ad esempio in:

LABE LOTUS BIBAS LAETUS
MERI MARE BACCHI MORE

Quando sapremo chi fosse il pellegrino, non ci meraviglieremo di questo tour de force letterario. Egli sacrificò talvolta la grammatica all'eufonia, per ottenere la rima di questi allegri versi, che fanno dell'epigrafe un gioiello.

Ma, qual gelida verità non sprizza dall'ultime quattro parole dell'iscrizione? In mezzo alle gioie, ai godimenti, all'ammirazione di quanto ne circonda, la gelida morte ci afferra, s'impadronisce di noi, e noi ci dissolviamo in un attimo.


TEMPUS RIDET BREVI RODET

L'iscrizione è poco intelligibile e il Cancellieri, che la riporta, si esime dal darne - come di tutte le altre - la traduzione in italiano. La versione seguente è dovuta a un mio amico, esimio latinista.

In questa villa dalla rugiada celeste, dai piani arati e dalle acque correnti, il suolo dissodato dà frutto; mentre che, nel salnitro e pel sole, dallo sparso letame s'alza fumo.

Questo bosco, di poca entità, conserva sempre identico il suo aspetto; mentre sono nati spontaneamente i tralci delle viti, i peri e i meli sinceri.

Vicino al lago v'e un boschetto, dove spesso scherza non già il lupo, ma la lepre; scherza senza offendere le miti pecorelle e gli uccelletti.

Il cane custode de' casti agnelli, mette in fuga le fiere; e la sola aria di questa campagna ridà la salute all'infermo.

Questa tenuta riempie d'erbaggi le vie della città. I solchi coltivati danno, per la sete, coppe di vino.

A questo punto termina la descrizione della villa; e sembra proprio che il marchese di Pietra Forte indirizzi la parola al pellegrino, nei disillabi che seguono. Difatti l'epigrafe continua in questa guisa:

Entra, uomo modesto! Che Venere stia lontana! A voi, ladri, chiudo le porte.

Bevi allegramente, a profusione, vino puro, a mo' di Bacco. Gioisci (a stare) tra i vigneti e prendi liberamente ciò che più ti aggrada.

A te preparo schiettamente quanto mi chiedi.

Qui le api producono a dovizia dolce miele, sempre tenero.

Salute a te, che piangi all'ombra della selva!

Ora, se tu comprendessi questo, che qui l'estate é mista alla primavera, non piangeresti mestamente.

Se tu restassi qui, in mezzo ai fiori, non staresti a piangere, perché qui spira l'effluvio dell'aria.

Perciò le anime melanconiche sperano tra i monti, tra i colli, tra i sentieri e nella vallea di questa villa, dove l'ovile recinge le pecore.

A questo punto il pellegrino, che aveva ben motivo d'esser mesto e di piangere sui suoi casi, così risponde all'ottimo suo ospite

Ti faccio buon augurio: Che sia sempre così! Ma tu, appena ti sarai levato, segna qui, su questa [soglia di] porta, che il fango (la malta) ha generata [la porta del casino], - perché le pietre (i minerali) nascono dalla putrefazione, - che il tempo scherza noncurantemente, ma che in brev'ora tutto distrugge.

Quinta epigrafe

Sull'arco d'accesso alla villa, in via Merulana, fu posta l'iscrizione seguente, rammentante la fabbricazione dell'oro, da parte del pellegrino, e non già il rinvenimento dell'erba, come ha affermato l'abate Cancellieri. Secondo quanto assevera questo autore, l'iscrizione fu composta dall'ignoto visitatore.

VILLAE IANUAM TRANANDO RECLUDENS IÀSON OBTINET LOCUPLES VELLUS MEDEAE. 1680

Oltrepassando la porta di questa villa, lo scopritore Giasone (cioè il pellegrino alchimista) ottiene vello di Medea (oro) in gran copia 1680.

Questa lapide rimase al suo posto fino all'inverno dell'anno 1801, nel quale cadde a terra e si infranse. Sicché venne portata dentro gli Orti Palombaro. In seguito se n'è perduta ogni traccia.

VIII.

Eccoci giunti finalmente alla Porta Magica che - come si è detto, fu fatta costruire dal marchese Massimiliano nell'anno 1680.
Dieci iscrizioni dovute tutte al pellegrino, ornano questa cornice; una ve n'è sul frontone, un'altra sull'architrave, tre sono scolpite nello stipite sinistro, altre tre nel destro, la nona sta sulla soglia e la decima è nel giardino.

Frontone.

È costituito da una fascia circolare nella quale sono iscritti due triangoli incrociati, costituenti l'esagramma, che è anche designato col nome di sigillo di Salomone e di Stella del Macrocosmo. È l'emblema della teurgia. Sopra l'esagramma v'è un circoletto sormontato dalla croce latina, simbolo del pianeta terra. Nel mezzo di tale circoletto ve n'è un altro minuscolo, con un punto nel centro. Un motivo ornamentale attorniava il bassorilievo, ch'è un vero pentacolo, cioè una figura sintetica.
Il punto centrale è il simbolo della divinità; la circonferenza che lo attornia è quella dell'Universo; quindi con tale figura, esprimente la dualità, si volle simboleggiare «Uno e il Tutto», Zeus lo sposo e Zeus la sposa, che sappiamo essere di fondo identici.
La circonferenza esterna concentrica sormontata dalla croce, reca nella sua ertezza l'epigrafe:

CENTRUM IN TRIGONO CENTRI

Che si traduce: «il centro sta nel triangolo centrale» e che significa: «Il fondamento di tutto (centrum) si trova nella trinità (in trigono centri)».
Questa interpretazione non è troppo chiara: ma riesce intelligibile se si riflette che il centro del circolo (che è indicato dal punto, segno dell'Unità) simboleggia Dio, e se si rammenta che per moltissimi popoli, tra i quali i cristiani, l'unità è trina.
Continuiamo l'esame del frontone.
Il triangolo con la punta in basso significa ciò che discende dall'alto, quindi l'acqua, la materializzazione, l'involuzione dello spirito.
Il triangolo con la punta in alto simbolizza, invece, ciò che si estolle, quindi il fuoco, la spiritualizzazione, l'evoluzione della materia.
Il sigillo di Salomone rappresenta la combinazione del fuoco e dell'acqua, di ciò ch'è positivo e di ciò ch'è negativo, del Sole e della Luna, e anche la circolazione della vita che scende dal cielo sulla terra e che da questa torna in cielo. Si tratta del ciclo, o anello di Saturno che - in un senso molto materiale - simbolizza l'acqua marina che evapora e forma le nubi; le quali si cambiano in pioggia, che cade sulla terra, viene assorbita e genera le correnti, che vanno a scaricarsi nel mare. In un senso più spirituale, l'anello di Saturno ha lo stesso significato attribuito alla rappresentazione, che si trova nei conventi, del braccio del cappuccino che s'incrocia col braccio di Gesù: la comunione spirituale del micro col macrocosmo, ossia dell'uomo con l'universo; comunione che è rappresentata pure dal sigillo di Salomone. Quest'ultimo, dunque, è l'emblema del principio generativo e per conseguenza anche della Grand'Opera.
Nella fascia della circonferenza esteriore si legge:

TRIA SUNT MIRABILIA
DEUS ET HOMO
MATER ET VIRGO
TRINUS ET UNUS

Che significa: «Tre sono le cose maravigliose: il Dio uomo (il Cristo, o il Salvatore), la Vergine madre (la Madonna, o la Natura naturante) e la trina unità (la Trinità cristiana, la Triade, la Trimurti)».
In questa sentenza è chiaramente espressa la legge del binomio; difatti i termini indicati sono sei, tre superiori (Dio, Vergine e Trinità) e tre inferiori (uomo, donna e collettività). Ricordiamoci che l'unus è in tutto.
Tale legge ci dà ragione della G... O..., perché l'alchimista, per creare i nuovi corpi, si giovava dello stesso mediatore plastico del quale credeva si fosse servita e si servisse la divinità, per creare le anime di tutti gli esseri dell'universo: dell'Azoth o Mercurio dei Saggi.
Da quanto precede ne consegue che l'opera generativa dell'alchimista, per riuscir bene, doveva venir eseguita implorando, senza posa, l'aiuto potentissimo del Grande Artefice dell'Universo. Se ne deduce anche che chi tracciò gli enimmi non doveva essere né ateo, né miscredente: tutt'altro.


Architrave.

Su di esso è inciso:

RUH ELOHIM
HORTI MAGICI INGRESSUM HESPERIS CUSTODIT DRACO ET SINE ALCIDE COLCHICAS DELICIAS NON GUSTASSET IASON


Spiritus Dei
Spirito Santo.
Un serpente delle Espèridi custodisce l'ingresso del giardino magico; e, senza Alcide (Ercole), Giasone non avrebbe gustato le delizie della Colchide.

Anzitutto qui è menzionato lo Spirito Santo, cioè è fatto cenno dell'aiuto che l'alchimista deve invocare dall'intelligenza suprema. Il detto Spirito è l'indice della trasmutazione eterna; quindi, in questo caso, Ruh elohim simile all'esagramma, al sigillo di Salomone, all'X platonica e all'incrocio del braccio di Dio con quello del monaco sta a indicare il mezzo del quale si doveva servire l'alchimista per ottenere l'agognato intento. «Spiritus flat ubi vult» - "lo spirito spira dove vuole" - ha detto il Veggente di Patmo, che era iniziato alla Gnosi, della quale è testo precipuo l'Apocalisse. Dunque nessuna trasmutazione poteva effettuarsi, se a essa mancava il soffio creatore.
Le due linee di latino che seguono accennano alla via da tenere. Giasone l'argonauta è il simbolo dell'alchimista novellino, del neofita, dell'iniziabile, e non già dell'iniziato. Esso è un rapitore di segreti. Tanto il Giasone antico, quanto l'alchimista medievale, andarono alla ricerca dell'oro. Ercole è il Saggio, l'iniziato; è anche il Figlio, il Fanciullo filosofico. È un eroe, cioè un essere infiammato d'amore per l'Umanità, che vuol trarre dall'errore a salvamento. È l'uomo integrato, l'uomo dalla volontà ferrea, che consegue tutto quello che vuole.
Perciò l'epigrafe va interpretata in questo modo: «Lo alchimista non gusta le delizie del sapere (giacché la Colchide è la terra dell'oro, e in occultismo l'oro è sole e sapienza), se non è aiutato da Ercole, cioè da una volontà a tutta prova, che lo rende saggio». In altre parole l'alchimista medioevale praticante doveva essere - come lo deve essere al dì d'oggi l'occultista - un uomo d'inesorabile volontà. Egli, per entrare nel giardino incantato, cioè per penetrare nel mondo invisibile, nell'Occulto, doveva vincere il Serpente delle Esperidi, il Drago di Colco, il Serpente della Soglia, cioè la nerezza alchimica, la putredine. In altre parole, egli doveva, con la proiezione del proprio fluido magnetico, oltrepassare la barriera terrigena (il drago), la involvente fascia d'etere che circonda la Terra, zona - o meglio corrente - che è carica di tutte le concupiscenze, o di Nahàsce, come dicevano i cabbalisti. L'alchimista doveva essere un "puro folle" (Parsi-fal).
Sicché, riferendosi all'Ideale (e non già a Satana, come credono i retrogradi) ben cantò il Carducci:

Tu a l'occhio immobile de l'alchimista,
Tu de l'indocile mago, a la vista,
Del chiostro torpido oltre i cancelli,
Riveli i fulgidi cieli novelli;

perché il genio oltrepassa le barriere imposte all'umanità, fissi gli occhi nella celestiale visione de' nuovi orizzonti che divina. Il sogno degli alchimisti, se si avvererà, non sarà una piccola conquista della Scienza. I neo-alchimisti sono già in cammino, come provano l'Ilozoismo, l'allotropia dell'argento, la fabbricazione dell'argentauro e del diamante, la radioattività dei metalli, la generazione dell'elio dal radio, ecc. ecc..


Stipiti.

Gli enimmi che si riferiscono al quarto lavoro sono ora illustrati, procedendo fila per fila e andando da sinistra verso destra, cioè seguendo l'ordine che corrisponde a quello dei trattati d'Alchimia.

(Simbolo di Saturno)
QUANDO IN TUA DOMO NIGRI CORVI PARTURIENT ALBAS COLOMBAS TUNC VOCABERIS SAPIENS


(Saturno - piombo - colore nero)
Quando i neri corvi partoriranno in casa tua bianche colombe, sarai detto saggio.

È il primo regime.
I tre fermenti (solfo, mercurio, sale, dai colori scuri (i neri corvi), messi che siano nell'ovo filosofico, al calore dell'atanor si putrefanno, si aprono, si disgregano e - lasciando in fondo al recipiente la loro parte terrosa, cioè le scorie o la ganga - volatilizzano, generando il quarto fermento, cioè la luna.
Questo fermento, costituito dalla parte sottile, o volatile, e purificata dal calore degli altri tre, è un corpo, essendo formato dai tre elementi (+, - , neutro) necessari a qualsiasi generazione, ed è giustamente simbolizzato, stante le sue qualità, dalle pure e bianche colombe.


(simbolo di Giove)
DIAMÈTER SPHERAE
THAU CIRCULI
CRUX ORBIS
NON ORBIS PROSUNT


(Giove - stagno - color grigio)
Il diametro della sfera, cioè il circolo tagliato dal diametro, il tau del circolo (cioè il T inscritto nel circolo) (51) la croce dell'orbita (cioè la croce greca + segnata dentro la circonferenza) non giovano ai ciechi.

Questo enimma allude alle teorie esoteriche che riescono incomprensibili ai profani (ai ciechi), mentre invece vengono utilizzate dagl'iniziati nei loro lavori.
La sfera tagliata nel suo diametro prende due aspetti, a seconda della direzione orizzontale o verticale di questo. Nel primo caso si è in presenza del Sale, cioè della stasi, o tranquillità vitale; nel secondo del Salnitro o del dinamismo. Le due semisfere indicano - come già è stato accennato - due stati dell'Essenza: il volatile o spirituale, e il fisso, o materiale. Due lune che si affrontano esprimono la stessa idea e simbolizzano anche il circolatorium, o doppio vaso comunicante, destinato alla rotazione e sublimazione degli elementi.
La circonferenza col T o con la + simbolizza tutta la gamma della vitalità mondiale, che è la seguente:

Ora è da sapersi che la materia del Magistero dei Saggi è appunto il Vetriolo. Questa parola nelle sue varie accezioni e coi suoi vari simboli esprime l'Etere.

In quanto alla croce iscritta nella circonferenza, ritengo che con essa si sia voluto alludere ai quattro elementi (solido, liquido, aeriforme e radiante) che si rinvengono necessariamente nella formazione di qualsiasi corpo, oppure ai quattro stati dell'etere (luce, calore, elettricità e magnetismo); se non si tratta invece della figura della Rosa+Croce, della quale si trova una riproduzione alla pagina 41 della Porta ermetica del dottor Giuliano Kremmerz, opera di piccola mole, ma di gran valore per coloro che - sapendovi leggere - ne apprezzano la profonda dottrina. M'inducono a ritenere più ovvia questa seconda ipotesi le due sentenze seguenti, notissime agli occultisti, nelle quali si tratta della rosa e della sfera (parole che si equivalgono), rosa e sfera che graficamente vengono rappresentate da una semplice circonferenza, al quale ha nel suo mezzo una croce.

A) IN CRUCE SUB SPHAERA VENIT SAPIENTIA VERA = Il vero sapere sgorga dalla croce [che sta] sotto la sfera (53). La croce sotto la sfera è il segno di Venere, o la chiave del Nilo, simbolo dell'Amore (54).
B) AD ROSAM PER CRUCEM, AD CRUCEM PER ROSAM; IN EA, IN EIS GEMMATUS RESURGAM= Con la croce conseguirò la rosa, con questa la vita eterna; e per mezzo di questa ultima e delle due prime, tornerò al mondo [terrestre] fulgente come stella.
La croce in mezzo al cerchio simbolizza la Rosa-Croce.
Se mal non m'appongo, dunque le quattro linee dell'enimma avrebbero rapporto con l'Ordine dei R+C, del quale forse il pellegrino fece parte. Esse, a mio debole parere, dovrebbero significare questo: i profani [d'alchimia] non sanno utilizzare né il dinamismo, né l'etere, né la spiritualità. E si sa che Giove esprime lo «Spirito igneo o il soffio caldo di cui gli esseri sembrano animati», cioè la vita, l'ardore, per opposizione a Saturno, che indica la freddezza e la morte (55).
Siamo al secondo regime, il quale è specifico della materia che si sta cambiando, che sta evolvendo dal nero verso il bianco.

(simbolo di Marte)
QUI SCIT COMBURERE AQUA
ET LAVARE IGNE
FACIT DE TERRA
COELUM
ET DE COELO TERRAM
PRETIOSAM.

(Marte - ferro - colore bruno)
Chi sa bruciar con l'acqua e lavare col fuoco rende cielo la terra e terra preziosa il cielo.

Terzo regime.
Lavare in questo caso significa detergere, mondare, depurare; e bruciare vale avvivare. La terra è il corpo sottoposto all'azione chimica; il cielo è il corpo gazoso che si separa da essa; e la terra preziosa è il gas liquefatto e poi solidificato. Ciò premesso, l'epigrafe sembra significhi:
«Chi sa dare vita a un corpo mediante l'acqua, cioè una materia cosmica, e purificarlo col fuoco, cioè col calore innato, volatilizza (facit coelum) o sublimizza la materia (terra) e poi spiritualizza (facit terram pretiosam), divinizza, la materia volatilizzata».
L'alchimista, dunque, doveva estrarre dalla Terra il Cielo, e dal Cielo la Pietra filosofale. Chiaramente, s'intuisce che qui si tratta di un'opera di sottilizzazione cioè di epurazione e di elevazione.

(Simbolo di Venere)
SI FECERIS VOLARE TERRAM
SUPER CAPUT TUUM
EIUS PENNIS
AQUAS TORRENTUM
CONVERTES IN PETRAM.

(Venere - rame - colore verde)
Se avrai fatto volare la terra al di sopra del tuo capo, con le sue penne convertirai in pietra le acque dei torrenti.

Quarto regime.
Interpretazione dell'epigrafe:
Se farai sublimare la terra, cioè se farai volatilizzare i corpi (solfo, mercurio, sale) costituenti il miscuglio posto nell'ovo filosofico, le sue penne ossia le volute vaporose che s'innalzeranno dal fondo dell'ovo, saranno atte a convertire in pietra, cioè in argento, le acque dei torrenti, ossia tutti i minerali che vorrai.
Quest'enimma allude al risultato del primo stadio del quarto lavoro, cioè alla produzione del quarto fermento della Luna, o semente argentifera.

(Simbolo di Mercurio)
AZOT ET IGNIS
DEALBANDO
LATONA VENIET
SINE VESTE DIANA

(Mercurio - argento vivo - color bianco)
Se l'azot e il fuoco dealbano Latona. Diana appare nuda.

Quinto regime.
L'azòt era per gli alchimisti l'etere. Il fuoco è la parte volatile o fluidica dei corpi, e corrisponde allo spirito individuale.
L'aria è la parte leggera o sottile dei corpi e corrisponde alla loro forza vitale.
L'acqua è la parte pesante, o grave, dei corpi e corrisponde all'anima loro.
La terra è la parte fissa o solida dei corpi e corrisponde al fisico degli esseri naturali.
Il latone (che nell'epigrafe s'è cambiato in Latona) è il Mercurio filosofico prima della putrefazione.
La Diana dei filosofi è l'Azoth localizzato.
L'enimma, perciò, sembra significare questo: se - col calore e coll'etere - si purifica l'anima della miscela (il Latone, derivato dal Sale e dal Solfo), allora quest'anima, contenuta nell'ovo, si divide in due. Una parte, la più pesante, resta nel pallone e questa è la veste, o scoria; l'altra, volatile o fluidica, vale a dire la parte nuda, priva d'involucro, cioè il puro fermento argentifero, è Diana, dunque non è altro che il quarto fermento, cioè la Luna. E noi sappiamo che tale lievito venne anche designato con lo appellativo di Solfo bianco. La Luna è un corpo che, unendosi con l'oro (che gli alchimisti designano col nome di Giove) produce il sesto fermento, ossia il Mònade.

(Simbolo del sole)
FILIUS NOSTER
MORTUUS VIVIT
REX AB IGNE REDIT
ET CONIUGIO
GAUDET OCCULTO

(Sole - oro - color porpora)
Il figlio nostro, ch'era morto, vive; il re ritorna dal fuoco e gode dell'occulto accoppiamento.


Sesto regime.
Il figlio nostro, cioè l'argento che è Il figlio degli alchimisti, perché viene prodotto dalle loro fatiche, vive dopo esser morto cioè è sempre un corpo, anche dopo aver abbandonato le scorie. Ma questo corpo - che è stato messo nell'ovo insieme al quarto fermento, o Luna - non è più argento, sebbene argento allo stato allotropico, od oro alchimico (l'argentaurum od oro americano dell'Emmens). Quest'oro, o re, torna sotto forma liquida dal fuoco, cioè dalla sublimazione; donde il datogli appellativo di oro potabile o di elisir dei sapienti (56). Esso è il quinto lievito, il Solfo rosso o Sole; e gode dell'occulto accoppiamento, ossia ha simpatia per la mescolanza e la cottura con qualunque metallo, che converte in oro.
Con questo regime - costituente da solo il secondo stadio - resta compiuto il quarto lavoro alchimico ed è compiuta la grand'opera.
Come si vede, meno che nell'enimma affetto dal segno di Saturno, in tutti gli altri il pellegrino non fa cenno dei colori dei regimi; bisogna immaginarli, esaminando i segni astronomici che li sormontano.


Soglia.

Sul piano di questa si trova inciso il motto:

SI SEDES NON IS

Che si legge tanto da sinistra verso destra quando da destra verso sinistra. Significa: Se siedi non vai, e anche: se non siedi vai.
Questa sentenza, somigliante al celebre verso leonino (57) dei diavoli ("In girum imus nocte et consumimur igni" = andiamo attorno di notte e siamo divorati dal fuoco) che si legge tanto da sinistra verso destra, quanto da destra verso sinistra, e ha la stessa pronunzia e lo stesso significato - ha un importante significato esoterico; essa suona così: Se ti riposi, non progredisci, e se sei attivo, avanzi; Cioè ha lo stesso significato del noto detto latino: "Agere non loqui", «Operare e non ciarlare», cioè lavorare e non filosofare. Questo è un monito per gli alchimisti praticanti.


Gradino.
V'è incisa l'iscrizione seguente:

Nel mezzo dell'iscrizione v'è il simbolo della monade, ossia del sesto fermento, ottenuto col quinto lavoro, vale a dire con al fusione, nella quale erano sottoposti - come s'è già detto - all'azione del fuoco, il mercurio terrestre, l'oro naturale e i due solfi. Il geroglifico appare chiaramente composto dei segni di Marte, dei quattro elementi, della Luna, del Sole, di Giove e di Saturno, (capovolto per ragione di simmetria grafica). Sembra, dunque, un pentacolo lunare, o meglio una Luna impregnata dal Sole.
L'iscrizione significa: è opera occulta del vero sapiente aprire la terra, affinché produca la sanità del popolo. Essa allude evidentemente alla putrefazione della materia (aperire terram) che genera nuovi corpi vivi, cioè i fermenti, o lieviti, dei quali molti sono medicinali, cioè sono utili a salvare l'umanità sofferente. Soccorrere i miseri, gl'infelici, e illuminare gli ignari, gl'inscienti, è il supremo dovere che incombe agl'iniziati, ai saggi.
La pratica dell'occultismo è filantropia e richiede l'esercizio del monacato laico.
Ecco menzionate tutte le iscrizioni di villa Palombara, riflettenti la G... O....
Giunti a questo punto della narrazione sorge spontanea la domanda: il marchese di Pietra Forte, l'ignoto pellegrino e l'ex regina di Svezia erano alchimisti, o semplici garzoni di laboratorio?
Riflettendo all'intervento del secondo personaggio nelle operazioni degli altri due; alla ricerca dell'erba (che probabilmente era la saturnia vegetabile) necessaria al magistero; agli addebiti a lui fatti nel processo; alle sue meravigliose guarigioni; alla carità e all'altruismo spiegati da lui verso ogni ceto di persone; e agli enimmi alchimici, che hanno stretta relazione coi dettami ermetici, è forza ritenere ch'egli fosse un R+C, cioè un vero iniziato.
In quanto al marchese e all'ex-regina, ci appaiono come due semplici novellini praticanti.
Ma, che avvenne, infine, di quei tre personaggi?


IX . LA FINE DEL PALOMBARA E DELL'EX-REGINA.


Massimiliano Palombara, marchese di Pietra Forte; tipo genuino di romano, buono, semplice, dotato di una discreta coltura, sì da essere eletto per ben due volte Conservatore al nostro Comune, e dall'animo aperto a quella che, pei suoi tempi, era la Grande Scienza, viveva - a quanto n'è dato immaginare - a contatto della nobiltà e del grosso clero di Roma. E' da ritenere, perciò, che non potessero restargli celati certi avvenimenti di Stato; sicché alcuni anni dopo l'avvenuta trasmutazione, dovette sapere chi fosse il pellegrino e forse conoscerlo personalmente. Ma v'è di più: la cura con la quale, nelle iscrizioni, evitò di menzionare la persona di lui, prova che, fin dal momento del primo incontro, conobbe chi egli fosse e per qual motivo si celasse. Sarebbero state davvero poco liete, pel nostro marchese, le conseguenze della propalazione della personalità del pellegrino!
Egli aveva ospitato un ricercato della Santa Romana Inquisizione!
D'altronde si può mai credere ch'egli fosse tanto semplice da alloggiare in sua casa uno sconosciuto, e per di più da affidargli la chiave del suo sancta sanctorum? Chi conosce il carattere romano, non può certo credere a tanta dabbenaggine. Il Cancellieri si limita a designare l'alchimista con l'appellativo di pellegrino; ma dopo lui, come tra breve vedremo, si è potuto sapere il nome del personaggio che tanto accuratamente si celava. Il marchese Palombara viveva ancora nel 1680; l'epoca del suo decesso s'ignora.

***

L'ex-regina di Svezia, stabilitasi nel 1662 nel palazzo dei Riari, non rimase nella nostra città fino al giorno di sua morte; ma se ne assentò per due anni, perchè complicandosi gli affari di Svezia, parti da Roma il 22 maggio 1666 per recarsi ad Amburgo, dove rivide l'ultramontano, che altro non era che il pellegrino del Marchese, il quale le spillò molto danaro.
In Svezia non fu accolta molto bene poiché i suoi buoni connazionali si erano stancati di quella sanguisuga, come la chiama il De Bildt (58). Tornata ad Amburgo, dove - avendo voluto celebrare con sontuosa festa l'elezione al pontificato (avvenuta il 20 giugno1667) di Clemente IX, in mezzo ad una popolazione protestante - cagionò un gran tumulto, che costò a quella città otto morti e venti feriti, fu costretta poco dopo a partirne.
Rientrò in Roma, festeggiatissima dalla Corte pontificia, il 22 novembre 1668. Il nuovo papa le assegnò una pensione di 12.000 scudi (L. 60.000), che però le venne tolta dal successore, Innocenzo Xl, assunto al pontificato nel 1676. Cristina Alessandra non smentì la fama che aveva saputo acquistarsi; e nel carnevale del 1669 si fece vedere ad un balcone del Corso (ora Corso Umberto l), insieme a ventiquattro cardinali. Maria Mancini, principessa Colonna, dell'ex regina non meno celebre, passeggiando per quella via, la salutò. Ella era mascherata da Armida, con veste leggerissima e bizzarra, e cavalcava seguita da cavalieri vestiti alla turca, oltre che da un gran bassà, da sei staffieri, da tamburini e trombettieri. Il giorno dopo, negli "Avvisi" di Roma, comparve la descrizione della mascherata, accompagnata da questa arguta osservazione. E' nato il dubbio chi fosse meglio accompagnata o la Contestabilessa (la Colonna) da ventiquattro turchi, o la Regina da ventiquattro cardinali (59).
L'ex-regina morì il 19 aprile 1689 in quella che è attualmente la quinta sala (quella dalle colonne) della Galleria Nazionale d'arte antica, al palazzo Corsini, e dai romani le vennero fatte celebrare ventimila messe. Questa esuberanza di esequie non deve recar maraviglia: il nostro popolo le voleva bene. Difatti, in fine in fondo, ella non era cattiva ed è noto che largamente dispensò con la sinistra, tra poveri e infelici - alleviando tante e tante miserie - quanto con la destra ricevé dal Governo di Svezia e dal Vaticano. Le sue mortali spoglie, con solenne cerimonia, furono deposte nelle Grotte del maggior Tempio della cristianità; e se ne può ammirare tuttora il sontuoso cenotafio, addossato al secondo pilastro della navata destra di San Pietro. Questo marmoreo sepolcro fu inaugurato nel 1701, sotto Clemente XI; ma venne fatto erigere dal suo predecessore, Innocenzo XII; su disegno di Carlo Fontana (60). Consta di un'urna di diaspro, poggiante sopra uno zoccolo di marmo africano. Sull'urna posa la corona reale; e due putti, opera dello scultore Lorenzo Ottone, sostengono lo scettro e la spada. Al disopra dell'urna un bassorilievo, opera di Giovanni Teudon, rappresenta l'abiura di Cristina a monsignor Olstenio e ad altri dignitari della chiesa cattolica, nella cattedrale d'lnnsbruck. In alto un gran medaglione di bronzo dorato col ritratto della defunta, reca la seguente leggenda:

CHRISTINA ALEXANDRA D[EI] O[RATIA] GOTHOR[UM] VANDALORUMQUE REGINA (61).

I letterati che si riunivano in casa di quella dotta, per quanto bizzarra regina, stabilirono dopo la sua morte di non interrompere o distruggere il cenacolo. A tal fine nel 1690, per iniziativa del Crescimbeni e di altri quattordici istitutori, fu fondata in Roma l'Accademia degli Arcadi, alla quale Enrico V di Portogallo donò una proprietà, in cui fu trasferita la sua sede, che prese il nome di Bosco Parrasio. Primo Custode dell'Arcadia fu appunto il Crescimbeni, che assunse lo pseudonimo di Alfesibeo Cario. Quell'accademia si assunse il nobile compito di far risorgere la poesia italiana, mandata a soqquadro dalle barbarie del secolo XVI, delle quali fu autore principale il cavalier Marino. Contro le sdolcinatezze, gli sdilinquimenti e le pastorellerie degli Arcadi si scagliò il Baretti (1716-1789) con la sua Frusta letteraria. Quell'Accademia esiste tuttora in Roma, dimenticata dai più quantunque compia opera civile e istruttiva. L'Accademia di Camera subì, invece, scissioni e trasformazioni. Una parte dei suoi membri, dominata forse da egoistici sentimenti di supremazia, creò l'Accademia degl'Infecondi; un'altra istituì l'Accademia dei Quiriti, che in seguito si sciolse; e finalmente una terza si unì all'Arcadia.

Francesco Giuseppe Borri, famoso medico alchimista del secolo XVII (incisione di P. Van Schuppen dal dipinto di F. Owens)

X IL FILOSOFO ERMETICO MILANESE.

Il prof. David Silvagni, nella sua opera "La corte e la società romana nei secoli XVIII e XIX" scrive quanto segue, con riferimento all'ignoto pellegrino.
«Nel secolo precedente a quello di cui parliamo (cioè del secolo XVIII) era stato in Roma lo astuto avventuriero Francesco Giuseppe Bono, che dopo aver ingannato il re di Danimarca, dandogli ad intendere d'aver trovato la pietra filosofica, ossia il metodo per fabbricar l'oro, si presentò alla regina Cristina e la ingannò allo stesso modo, mangiandole parecchie migliaia di scudi (62). Costui ingannò pure il marchese Massimiliano Palombara (Massimi) (63)».
Ecco dunque chiarito il mistero: se non che, altri autori, che parlano di tale avventuriero, lo chiamano differentemente: Bona, Borro, Borri. Quest'ultima forma di cognome, a quanto n'è dato arguire, è la vera.
La biografia del nostro ermetista si riassume in brevi parole: io l'ho desunta da diversi e talvolta discordanti autori.
Giuseppe Francesco Borri (64) nacque a Milano il 6 maggio 1627; e perciò giustamente il Cancellieri lo chiama ultramontano. La sua famiglia discendeva - come asserisce egli stesso - da quella di Afronio Burro, che fu prefetto del pretorio sotto Claudio e che morì avvelenato da Nerone. Il suo cognome - Burrus - molto probabilmente deriva dal latino volgare urus, che significa bue selvatico od uro. Difatti nel suo stemma è rappresentato un bisonte (non un torello), come si può vedere nell'arme gentilizia delineata a piè del suo ritratto, dipinto dall'Ovens, e - nel 1675 - magistralmente inciso dal Von Schuppen. Il nostro Giuseppe Francesco, figlio del medico Branda Borri, fece i suoi studi nel seminario dei gesuiti, a Roma; studii che non terminò, perché venne licenziato per insubordinazione, il 16 marzo 1649. Ammesso, in seguito, in Vaticano, si diede allo studio della medicina, della chimica e dell'alchimia. Nel 1654, ricercato dalla polizia pontificia perché dava scandalo con le sue abitudini eccentriche e scapigliate, finse di correggersi. Dopo la morte di Innocenzo X, avvenuta nel 1655, essendo stato innalzato alla tiara (il 7 aprile dello stesso anno) Alessandro VII, nemico dei novatori, egli che era tra questi, e per aver confutato un certo dogma sulla Madonna, e per aver ideato una riforma della Chiesa Cattolica (voleva un solo ovile, un solo pastore, l'unione dei fedeli con gl'infedeli e la venuta del regno di Dio sulla terra) (65), si vide ridotto a mal partito. Difatti il nuovo pontefice, appena asceso il soglio, aveva emanata l'enciclica contro i novatori. Tale nuovo pericolo fece decidere il Borri ad allontanarsi da Roma (probabilmente verso la fine del 1656, cioè dopo aver visitato Cristina Alessandra e il Palombara) ed a rifugiarsi nella sua nativa città, dove tornò ad esporre le dottrine sovvertitrici tra i fautori di idee progressiste ed a fare proseliti, alcuni dei quali, nel 1659) furono arrestati e processati da quella inquisizione. Costretto a fuggire nuovamente riparò in Svizzera. In quel periodo si svolse a Milano il processo intentato ai suoi seguaci, che terminò con l'abiura, in quella metropolitana (26 marzo 1661) di tali eresiarchi. Subito dopo, l'inquisizione di Roma, aprì un processo contro il Borri, e - riuscite vane le intimazioni, fatte in data 2 marzo 1659 e 2 ottobre 1660 - lo condannò in contumacia «rilasciando, in mancanza della persona, la sua effige al cardinale pro-governatore e suo luogotenente criminale, per eseguire in essa le dovute pene». Il 2 gennaio 1661 seguì, nella chiesa della Minerva, l'abiura di quattro discepoli del Borri, alla presenza di molti prelati e di numeroso popolo, e il giorno seguente, come risulta dal sommario processuale, «l'effige del detto Giuseppe Francesco Borri, dipinta al naturale in un quadro, fu portata per Roma sopra un carro, accompagnato dalli ministri di Giustizia, nella piazza di Campo di Fiori, dove dal carnefice fu applicata sulle forche e dopo abbruciata con suoi scritti» (66).
Il nostro filosofo ermetico, come risulta dagli atti del processo (il cui sommario si trova pubblicato in fine del libro di Gregorio Leti intitolato: L'ambasciata di Romolo ai romani, che fu stampato a Bruxelles nel 1671), fu alchimista, cabbalista, occultista e terapeuta; e fu constatato pure che egli, spesso rapito in estasi, si metteva in comunicazione con gli spiriti, gli angeli e i serafini, che leggeva il pensiero, ch'era eretico e che aveva alfine istituita una congregazione segreta di sacerdoti ribelli.
Dopo le sentenze di Milano e di Roma, il Borri si recò in Alsazia e quindi si fermò alquanto a Strasburgo; passò in seguito ad Amsterdam, dove si stabilì.
Tutti gli scrittori sono concordi nell'affermare che in quella città egli raggiunse l'apogeo della sua fortuna e della sua fama; per le sue cure meravigliose fu ritenuto medico insuperabile, un vero taumaturgo. Ai poveri prodigava i suoi aiuti e le sue medicine gratuitamente e tutti quelli che ricorrevano a lui ne partivano guariti: «cavalieri e principi di Francia e di Germania venivano per le poste a consultarlo e conoscerlo» (67), il Senato di Amsterdam lo fece cittadino di quella città: agli onori si aggiunsero i lauti guadagni che, pare, lo condussero a una vita tutt'altro che sobria e umile, quale aveva predicato ai suoi seguaci in Italia. Nacquero bentosto negli scienziati e nei medici locali invidie e calunnie, rafforzate dal fatto ch'egli con la sua vita fastosa s'era creato dei debiti cui non poteva far fronte; ma anche ad Amsterdam, come già a Roma e a Milano, quando stavano per mettergli le mani addosso per arrestarlo, egli fuggì (1664) (68) senza che nessuno potesse raggiungerlo (69).
Arrivato a Copenagen si fece largamente sovvenzionare dal re Federico III (1664-1670) allo scopo di trasmutar metalli, come ad Amburgo carpì nuove somme all'ex-regina Cristina, sempre per la crisopea. Doveva correre allora, l'autunno del 1666, perché appunto in quell'epoca ella partì nuovamente da Roma, per non tornarvi che nel 1668. Probabilmente nel 1669, il Borri tornò a Copenagen, dove «Federico III gli concesse le più alte onorificenze e lo fece proprio consigliere e ministro» (70).
Il 19 febbraio 1670 questo suo ultimo mecenate morì e gli successe il figlio Cristiano V, a lui avverso. Il nostro alchimista, sapendosi odiato dai cortigiani, risolse di abbandonare la Danimarca e di rifugiarsi in Turchia, ma mal gliene incolse, chè avviatosi per la Moravia, a Goldingen, fu fatto imprigionare dal governatore, che fortemente dubitava di lui. Nel 1670 l'imperatore d'Austria Leopoldo I, dietro richiesta del nunzio pontificio cardinale Antonio Pignatelli (poi papa Innocenzo XII), lo fece consegnare al pontefice, che allora era Clemente X (Altieri) (1670-1676), il quale ordinò che fosse rinchiuso in una cella di Castel Sant'Angelo, in attesa della sentenza capitale. Passarono così circa due anni, dopo i quali fu riaperto il processo (7 maggio 1672), nel quale non gli fu confermata la pena di morte, ma il «carcere perpetuo, l'abiura pubblica ed altri atti di umiliazione e di penitenza» (71) gli vennero imposti. Tale sentenza porta la data del 25 settembre 1672.
Il giorno seguente il Borri fu costretto a ritrattare pubblicamente, nella chiesa della Minerva, le proprie idee o come allora si diceva - ad abiurare i propri errori. La cerimonia riuscì terrificante. Sotto le severe arcate di quella chiesa si erano raccolti principi e baroni, cardinali e ambasciatori in gran pompa, compresi i due inquisitori, e l'irrequieto popolino dell'Urbe. Questo, anzi, aveva occupato il tempio fin dalle prime ore del giorno e mangiava e beveva allegramente - senza rispetto alcuno per la santità del luogo - su tavole imbandite sulle sedie o sulle balaustrate degli altari. Orbene, mentre «il reo vestito degli abiti dell'Inquisizione (tunica di tela nera, senza collare, scendente fino alle calcagna, sul petto e sul dorso dipintevi croci rosse), avvinto da catene le mani e i piedi, ginocchioni s'un palco da patibolo, con un cero nella destra» adempiva le formalità processuali, il popolino ch'era avido di gustarsi un atroce spettacolo si mise a gridare a squarciagola: Al fuoco! Al fuoco! (72).
Quanti infelici di questa nostra città non aveva il Borri soccorsi in altri tempi, o guariti, con le sue portentose cure? Pure, in quello angoscioso momento, non una voce si levò in suo favore! La gratitudine è fiamma che solo gli animi eletti sanno alimentare.
Dopo l'abiura il Borri fu condotto nelle tetre carceri del Sant'Uffizio, dove rimase fino al 1678. In quell'anno il duca d'Estrées, ambasciatore di Francia, che - col permesso del pontefice - era stato curato dal Borri e guarito miracolosamente, ottenne che quest'ultimo fosse trasferito in carceri meno dure, a Castel Sant'Angelo, e gli venisse anche accordato di crearsi colà un laboratorio alchimico. Ancora oggi non si può precisare in quale prigione egli abbia dimorato, e però è noto che gli fu destinato un locale composto di due camere con sotterranei (73). Gli fu pure concesso «di uscire liberamente dal Castello per esercitare la sua professione, attendere alle ricerche ermetiche e frequentare a case patrizie». Numerosi salvacondotti, rilasciatigli a tal uopo, e che sono stati trovati tra gli atti amministrativi del forte, lo provano chiaramente. Moltissimi lasciapassare, per persone malate, furono anche rinvenuti. Queste persone dovettero recarsi alla sua prigione, onde consultarlo. Godendo così quasi di una libertà completa, il Borri rivide Cristina di Svezia e la sua corte, e certo anche il marchese Palombara, e passò intere notti a palazzo Riario, accanto al «fornello filosofico». Probabilmente fu il nuovo incontro del Borri che, richiamando alla mente del marchese di Pietraforte l'avvenimento del 1656, determinò in quest'ultimo la volontà di esumare le carte con gli enimmi e le iscrizioni, e fare apporre le epigrafi alla villa (1680). «Dame e cavalieri desideravano il Borri nelle loro case, attratti dalla sua fama e dalla credenza nei suoi poteri straordinari e misteriosi» (74).
Una prova della stima e della reputazione che il Borri godé presso il pubblico si trova nei quattro medaglioni che circondavano il suo ritratto, inciso dal Van Schuppen (75). Difatti essi si riferiscono tutti a lui e ne esaltano le virtù e i poteri, in altre parole ne tessono l'elogio. Mi consentano perciò, i lettori, che mi dilunghi su di essi. I detti medaglioni sono disposti ai quattro estremi dell'ovale che inquadra la figura: i due superiori (che distinguerò coi numeri I e II) sono circolari e i due inferiori (III e IV) ottagonali. Il 1° - che è alla sinistra del riguardante - rappresenta un arciere che colpisce lo stemma del Borri, dal quale alcune frecce tornano contro il lanciatore. Reca le leggende: fortunae ludibrium, «Scherzo della sorte», e Dum ludit luditur ipsa, «mentre scherza [la Sorte] è schernita». Il suo significato è dunque questo: tu, o Borri, ti ridi della sorte. Il medaglione a destra, il 2°, rappresenta un tritone posto su di una fontana, il quale getta acqua dalla buccina che suona e dal tridente che impugna. Dicono le leggende: Artis miraculum, «Miracolo dell'arte», e Ipsa suas fons sopargit aquas, «La fonte stessa sparge le sue proprie acque». Significa: tu, o Borri, con l'arte tua compi prodigi. Il III medaglione a sinistra, rappresenta il Sole e la Luna al di sopra delle Nuvole. Dicono le iscrizioni: Naturae prodigium, «Prodigio della natura», e In geminus formantur lumina sole, «le luci si trasformano in due astri». Vale: tu, o Borri, sei fonte di sapienza e di intelligenza. Il IV medaglione che è a destra, raffigura un uragano: in mare un vento furioso solleva una tromba d'acqua e capovolge un veliero, in terra un fulmine colpisce un campanile. Reca queste iscrizioni: Virtutis exemplum, «esempi di alto valore», e Non te qui caetera vincit impetus, «la violenza che vince le altre cose, non vince te». Significa dunque: tu, o Borri, sei incrollabile. Al di sotto dello stemma del Borri, che - come si è detto - reca in un campo un bisonte, si legge quest'ultima iscrizione: Quod mirum si mira patrat mirabile - Naturae, omni parae se superantis opus, cioè «qual alta meraviglia se egli (il Borri) compie dei miracoli e sorpassa l'opera della natura che fa ogni cosa?» - la quale è un'altra attestazione della capacità scientifica del nostro filosofo ermetico. Chiarito così il valore effettivo di lui, torniamo alla sua biografia, che ormai volge al termine.
Con la morte dell'ex-regina di Svezia e con la elevazione al pontificato di Innocenzo XII, cessò - però - la libertà pel ravveduto; per ordine di quel pontefice venne rinchiuso rigorosamente (1691) in Castel Sant'Angelo, dove morì di febbri miasmatiche, il 20 di agosto dell'anno 1695 (76).
Il nostro terapeuta, al quale l'opinione pubblica odierna dà, con la leggerezza solita propria degli ignoranti, l'appellativo di ciarlatano, appellativo che non tange la sua elevata ed illuminata personalità, lascò in Castello libri ed apparecchi.
Il Borri scrisse alcune opere di vario soggetto (77).


XI. CONCLUSIONE.

La ricerca del metodo per trasmutare i metalli in oro ha originato - durante il trascorso dei secoli - la scoperta di processi psammurgici di indole diversa e di molto relativa importanza.
Fu così che gli Arabi inventarono il lambicco e fabbricarono l'acquavite, l'alcool ed alcune essenze; che Alberto Magno trovò i processi della coppellazione dell'oro e dell'argento e la preparazione degli ossidi di piombo: che il Lullo scoprì la preparazione degli olii essenziali; che il Valentino studiò l'antimonio e Paracelso lo zinco; che il Brandt trovò il fosforo, e Bötticher la porcellana.
Di questa schiera di studiosi indefessi fecero parte i nostri tre protagonisti, che - proseguendo quella che i moderni chiamano la chimera alchimica - ricercarono i segreti metallurgici e cosmetici.
La teoria, la pratica della G... O... e la conoscenza dei processi tramutatori secondari si diffusero nell'evo medio e al principio dai tempi nuovi con molta lentezza e gran mistero. Solo, agli albori del Risorgimento, sorse un genio, Anton Lorenzo Lavoisier, che, studiando i processi alchimici, scoprì la composizione dell'acqua, la combustione dei corpi, l'essenza degli ossidi, stabilì la nomenclatura dei corpi e - sulla legge sino allora sconosciuta, quella cioè della conservazione della materia: - Nulla si crea, nulla si perde - costituì le basi della chimica moderna. Se non che, accusato malignamente di malversazioni, fu imprigionato. Così e non altrimenti, le mentalità del suo tempo seppero giudicare ed apprezzare tanto genio, che veramente di una sola colpa fu reo: quella di aver donato le sue scoperte all'avidità umana. Purtroppo, quando questa, od altro, fa velo, è impossibile adempier opera di giustizia: ed il Lavoisier fu ghigliottinato a Parigi, nel 1794.

Pietro Bornia

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NOTE:


(48) Masi, op.cit. capitolo VIII.
(49) La sala accademica fu chiamata "serbatoio".
(50) CLARETTA, La regina Cristina di Svezia in Italia. Brano tratto dalla "Nuova miscellanea archeologica" di E. CAETANI LOVATELLI (Roma, Tipografia dell'Accademia dei Lincei 1894). Pag. 95.
(51) Il tàu T è il t greco. Tale nome è dato anche alla croce gnostica, o croce patibulata, che è appunto la forma di quella lettera.
(52) Wirth, Symb. Herm. pp. 18 e 19.
(53) Giuliano Kremmerz, La porta ermetica¸ pag. X - XI e 125-126 (Milano, Luce e Ombra 1910).
(54) Idem, Mondo Secreto, Anno III (1899), p. 490.
(55) Wirth, op. cit, pag. 26.
(56) Un initié, Mystères des Sciences Occultes, pp. 279 ff. e 283.
(57) Sono detti leonini alcuni versi latini, tramandati di generazione in generazione, di autore ignoto.
(58) BARON DE BILDT, Christine de Suède et le cardinal Azzolino (Paris, Plon, 1899).
(59) Da un articolo dell'ABATE CANCELLIERI: Maria Mancini Colonna, pubblicato dal Messaggero di Roma, nel Giugno 1914
(60) La tomba primitiva sta sotto la chiesa di San Pietro, nelle cosiddette Grotte Vaticane, cioè nelle fondamenta della basilica del Rossellino.
(61) NIBBY, Guida di Roma, pag. 389 (Roma 1894).
(62) Allusione ad avvenimenti del 1665 e del 1666. Però il Borri conobbe l'ex-regina di Svezia prima del 1655 (V. Calvari, F. G. Borri, pag. 24).
(63) Silvagni, op. cit., vol I. cap. XV, Cagliostro.
(64) Secondo altri Francesco Giuseppe Borri.
(65) Dizionario Biografico Italiano, voce Borri.
(66) Decio Calvari, op. cit, p. 29-30.
(67) Cantù, Gli Eretici d'Italia, vol. III, Discorso I.
(68) Commentarium, volume I, (1910), p. 67.
(69) Calvari, op. cit., p. 30-31.
(70) De Castro, Un precursore milanese di Cagliostro, in "Archivio Storico Lombardo", serie III, volume II (1894).
(71) Cantù, Gli Eretici d'Italia, Discorso I.
(72) Calvari, op. cit., p. 39-40.
(73) Nel 1911 è stata fatta in Castello, nella casetta situata all'estremità orientale della seconda casermetta d'Urbano VIII, una ricostruzione ipotetica della prigione e del gabinetto del Borri. Tale casetta, che è dell'epoca del detto pontefice, cioè della prima metà del 600, consta appunto di due camere e di sotterranei, donde sorge la lontana supposizione che essa possa essere stata l'abitazione del nostro alchimista. La ricostruzione è stata intitolata: Il gabinetto dell'alchimista.
(74) Calvari, op. cit., pag. 43.
(75) Vedi tavola a pag. 180, fascic. d'aprile, corr. anno.
(76) Dizionario Biografico Italiano, termine Borri.
(77) Gentis Burrorum Notitia, anonima, pubblicata a Strasburgo nel 1660; De vini generatione in Acetum, decisio experimentalis; Epistola duae ad Th. Batholinum, de ortu celebri et usu medico, necnon de artificio oculorum humores restituendi, Copenagen, 1669; Istruzioni politiche date al re di Danimarca, in Colonia, appo Pietro del Martello [Marteau] 1681. I suoi nemici pubblicarono dieci sue lettere in un libro intitolato: La chiave del gabinetto del cavalier G. B. Gorri, col favore della quale si vedono varie lettere scientifiche, chimiche e curiosissime, con vaie istruzioni politiche ed altre cose degne di curiosità, e molti segreti bellissimi; Colonia Marteau, 1681, piccolo in 12°. Di queste lettere, la prima e la seconda (pubblicate nel "Commentarium" del 1910, n. 2-10) trattano degli elementini, o spiriti degli elementi; le altre sette, della grand'opera, della congelazione del mercurio e di alcuni segreti metallurgici e cosmetici (di queste nel "Commentarium" del 1911 ne furono ridate due, trattanti del mercurio e della fabbricazione della pietra, vedi pag. 267-277, e una terza, il cui soggetto è l'estrazione del metallo nelle miniere, vedi pag. 77-78); la decima, infine ha per soggetto l'anima animale. Il tutto è preceduto da una lettera ironica, indirizzata al Borri. Delle due prime lettere del gesuita milanese fu pubblicato un estratto dall'abate di Villar, nel suo Conte di Gabalis o conversazione sulle scienze segrete.


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