Torna In Homepage

News

Ti trovi in: Home    XIX - XX sec.    Pietro Bornia - La Porta Magica di Roma: studio storico (1915). Introduzione di Massimo Marra    Pietro Bornia - La Porta magica di Roma: studio storico (1915) - parte prima

Pietro Bornia - La Porta magica di Roma: studio storico (1915) - parte prima

Pagina on-line dal 19/05/2012

vai alla seconda parte

vai all'introduzione

estratto da "Luce e Ombra"- Verona 1915.


INTRODUZIONE.


La porta magica di Roma è l'unico cimelio alchimico che vanti l'Italia.
Lo strano soggetto che mi propongo di trattare non entra, a vero dire, né nel campo dell'archeologia, né il quello della storia dell'arte, sia perché il monumento è relativamente recente, sia perché non presenta qualità artistiche.
Pur tuttavia è importante non solo pel significato che gli si annette, ma anche perché a esso si connette una storia di femminee follie, di veglie alchimiche e di trepidanti peregrinazioni.
Dopo gli studi fatti sull'argomento e sui personaggi che a esso si collegano, dall'abate Cancellieri, dal Cantù, dal Brusoni, e più recentemente da chiari scrittori quali il De Castro, l'Ademollo, il conte Domenico Gnoli, il prof. David Silvagni, il dottor Giuliano Kremmerz, la contessa Caetani-Lovatelli, il barone De Bildt, il prof. Enrico Masi e il comm. Decio Calvari, a me resta ben limitato il campo delle ricerche. Riassumendo, perciò, gli studi precedenti procurerò di ricordarli e completarli: indicherò la posizione e l'estensione della villa Palombara, darò la traduzione dell'iscrizioni e degli enimmi che sono incisi sulla porta, e metterò nella dovuta luce le figure del pellegrino e dell'ex-regina di Svezia, la quale ha indegnamente usurpato fino a pochi anni or sono la fama di principessa pia, saggia e virtuosa. In quest'ultimo compito mi è stata d'aiuto l'opera rivelatrice del Barone De Bildt, riassunta dal Masi.
Roma, 1 gennaio 1915.

Pietro Bornia.

LA PORTA MAGICA DI ROMA.

Nel 1870 la via San Vito, a Roma, era stretta e solitaria, limitata a destra e a sinistra da mura basse, lunghe, uniformi, intramezzate solo da rare casupole. Immetteva nella via di Santa Croce in Gerusalemme, passando innanzi alla chiesa di Sant'Eusebio e al castello dell' Acqua Giulia. Muovendo dall'arco di Gallieno e avanzando nella menzionata via, si vedeva allora, a circa duecento metri dall'arco, sulla destra, l'intelaiatura marmorea d'una porticina, addossata al muro di cinta di un orto.
Quella cornice destava generalmente la curiosità dei passanti, poiché aveva la soglia, gli stipiti e l'architrave ornati di segni "cabbalistici" e di iscrizioni latine ed ebraiche. Si diceva fosse la porta del laboratorio d'un alchimista che, in altri tempi, aveva tentato di produrre l'oro estraendolo dall'orina solidificata. In quella popolare tradizione era qualcosa di vero; ma da essa non si ritraeva più precisa notizia (1).
E' da notare che in quell'anno, nessun accesso era praticato a fianco o a breve distanza dalla porticina, chiamata la Porta Magica. In seguito alla demolizione del muro di cinta dell'orto e alla sistemazione della piazza Vittorio Emanuele e delle vie adiacenti, tale porta, nel 1873, per ordine della Commissione Archeologica comunale, venne scomposta e conservata nei magazzini municipali, per essere poi trasportata e sistemata dove presentemente si vede cioè nel giardino della piazza Vittorio Emanuele, di fianco al castello dell'Acqua Giulia (2).
Quest'ultimo monumento è chiamato Trofei di Mario, perché presso di esso, fatto erigere da Settimio Severo, vennero trovati i due trofei marmorei, che ora adornano la piazza del sacro colle. Si credette che essi fossero quelli stessi che Mario aveva fatto innalzare a perpetuo ricordo delle sue vittorie sui Cimbri e sui Tèutoni, e che, distrutti da Silla, vennero poi restituiti da Cesare. Questa opinione, al dì d'oggi, è ritenuta erronea. Sisto V, nel 1585, li fece trasportare al Campidoglio insieme ad altre statue. Furono messi in capo alla cordonata, a fianco delle statue colossali di Càstore e Polluce, ch'erano state rinvenute presso la Sinagoga (3); non lontano dal teatro di Pompeo, e fatte restaurare e piazzare nello stesso colle da Gregorio XIII (1572-1586).
A fianco della porta Magica sono stati posti due indecenti nani marmorei, provenienti dagli sterri del Quirinale, del 1888. Però la porta, durante i trasporti, ha sofferto molto, e gli stipiti si sono, o sono stati, spezzati, mentre nel 1869 erano in ottimo stato di conservazione.
Prima di parlare di questa porticina non sarà male che io dica alcunché dell'alchimia e dei monumenti alchimici


II: ALCHIMIA, ALCHIMISTI E MONUMENTI ALCHIMICI

La Scienza Occulta è quella parte dello scibile che studia i fenomeni soprassensibili. I sacerdoti dell'antico Egitto e i filosofi Neo-platonici la chiamavano Ermetismo, cioè «vitalizzazione»; Aristotile la disse metafisica, cioè scienza che apprende "dopo la fisica", e nell'evo medio gli studiosi la nominavano Occultismo, ossia "scienza delle cose invisibili".
Essa ha per base tre leggi: l'Unità, il binario e la trinità. Queste tre leggi fra loro si unificano e costituiscono il quaternario. Esso veniva indicato, dalla voce ebraica Ain Sof, "l'Ignoto", e con la frase latina Causans Causas, che significa "la Causa Prima dell'Universo". I Greci lo personificarono nel Destino, i romani nell'immutabile Fato; i cristiani lo hanno simbolizzato con la figura del Padre Eterno. La Trinità che è raffigurata costantemente dal triangolo equilatero, si scinde in tre termini: Pensiero, materia e movimento; oppure sapere, volontà, azione; o anche scienza, anima ed energia. Le religioni diedero a questa legge universale nomi differenti, ma il principio è restato sempre immutato. Così si ebbero e si hanno tuttora: la trimurti indiana (Brama, Siva, Visnù); la trinità egizia (Osiride, Iside, Oro), persiana (Ahura Mazda, Agro Mainyus, Mithras Mithra), cristiana (Padre, Figlio, Spirito Santo), gnostica (Gnosi, Hilè, Psiche), cosmica (Sole, Terra, Luna) e le triadi pagane (Giove, Giunone, Minerva), esoterica (Dio, Universo, Umanità) e scientifica (Princìpi, Leggi e Fatti). Se i termini del ternario si leggono in senso inverso, partendo però sempre dal primo, quello equilibrante (∞) prende il secondo posto tra l'attivo (+) e il passivo (-). In relazione a questi tre termini la Scienza Occulta si divide in tre branche: Teurgia (la scienza dello spirito dell'universo), Magia (la scienza dell'anima mondiale, o del fluido etereo) e Alchimia (la scienza della materia).

L'alchimia, così chiamata dall'arabo al- ki- mi - ia (l'arte "della trasmutazione" o anche arte psammurgica) (4), convertitasi poi nella moderna chimica, era la scienza che agiva sulla vita atomica e molecolare e sugli esseri delle famiglie vegetali e animali. La più interessante delle operazioni alchimiche era la Grande Opera, cioè la ricerca della Pietra filosofale, ossia di quel lievito capace di convertire qualsiasi metallo in oro. Era legge di tale ricerca l'aforismo: IGNE NATURA RENOVATUR INTEGRA (tutta la natura si rinnova col fuoco), le cui iniziali danno la sigla: INRI (5).
La Pietra Filosofale si otteneva per mezzo della distillazione, ossia della separazione di un corpo da altri. Tale trasmutazione si conseguiva per via liquida, che era chiamata anche descensum. Un secondo processo distillatorio, cioè quello per via secca, era invece impiegato per la preparazione di oli e di essenze.

I discepoli della scienza alchimica risalgono alla più remota antichità. L'Egitto ebbe il corpo sacerdotale di Tebe, Memfi ed Eliopoli, chiamato Thot o Ermete Trismegisto; gli Ebrei Mosè (1705-1585 a. c.), i Cheniti di Gerico (sec. XVI a. c.) e i Recabiti (secolo XI a. c.); la Grecia noverò Pitagora di Samo (590-470 a. c.), Demòcrito d'Abdera (470-361 a. c.) e Aristotile, detto lo Stagirita (384-322 a. c.). Cenncinquant'anni avanti l'E. V. coltivavano l'alchimia i primi Esseni, cioè la Gens socia palmarum (i compagni de' palmizi) di Plinio, viventi sulle rive occidentali del lago Asfàltide, dei quali uno fu celeberrimo: Ichòsciua o Gesù di Nazareth (104-71 avanti l'E.V.). A lui seguirono: Dioscòride (sec. I), Ammònio Sacca, fondatore della Scuola neoplatonica d'Alessandria d'Egitto (II secolo); Zòsimo Olimpiodoro (III sec.); Sinèsio, vescovo di Tolemaide (IV sec.), e l'ateniese Archelao (V sec.). Gli Arabi vantano: Giàber di Haran, detto Magister Magistrorum (sec. VIII); Ràzi (sec. IX); Alfàrabi (sec. X); Avicenna, di Sciraz, detto il Principe dei medici (980-1087) e Avèrroe. A questi furono coevi, o seguirono, nelle terre europee, il romano Moriano (sec. X), Alberto Magno, san Tommaso d'Aquino, Raimondo Lullo, Alfonso X, di Castiglia (sec. XIIl); papa Giovanni XXII, Giovanni di Meung, Nicola Flamel di Pontoise (sec. XIV); Giovanni Tritèmio, Cornelio Agrippa (sec.' XV); Giovanni Faust, Ruggero Bacone, Basilio Valentino, Paracelso, Giovanni Battista della Porta napoletano (6), detto Magus Veneficus (XVI secolo); Michele Maier, detto Vendivogius o il Sendovingio, il celebre Tommaso Waggan, o Vanghan o Vagan, detto Ireneo Filalete cioè «Il Pacifico Amico della Verità». (7), Enrico Khùnrath, Giovanni Batttista van Helmont di Bruxelles, il Borri, il Palombara, l'ex-regina di Svezia Cristina Alessandra, Giovanni Federico Boetticher, e poi Giovanni Federico Schweitzer, o Helvetius, il Leibnitz, il Richthausen, il Marini e lo svedese Brandt (sec. XVII); quindi l'abate Pernety, lo Aymar, detto il conte di San Germano, e Carlo XII e Gustavo III di Svezia (sec. XVIII).
Non ò citato che i principalissimi.
Nel secolo XIX i più noti seguaci dell'alchimia sono stati: Cyliani, vivente nel 1837; Cambriel, Luigi Lucas, Alfonso Luigi Constant, più noto sotto lo pseudonimo di Eliphas Levi, Albert Poisson e Stanislao di Guaita.
Anni sono continuavano le ricerche il sig. Teodoro Tiffereau, che ha scoperto un processo per produrre l'oro artificialmente; il dottor Stefano U. Emmmens, inventore dell'"argentaurum" od oro alchimico: e il notissimo fabbricatore di diamanti, sig. Moissant. Presentemente vi si dedicano i membri della Società Alchimica di Francia (8) - fondata nel gennaio del 1897 - a capo dei quali è il valente chimico signor F. Jollivet-Castelot (9).
Il 25 dicembre 1909 fu fondata a Venezia, Società Alchemica Italiana, che aveva per Direttore il dottor Eduardo Fròsini, noto studioso di filosofia esoterica (10), e per giornale l' Hèrmes che si pubblicava a Ferrara, a cura del signor Pericle Maruzzi; ma, dal silenzio che ha seguito queste sue prime manifestazioni, deve necessariamente inferirsi che questa nostra istituzione non abbia avuto esito felice.

Pochissimi sono in Europa, i monumenti alchimici: due si trovano in Francia, uno nella Svizzera e uno in Italia.
A Parigi vi sono la Chiesa di Notre Dame e la Sainte Chapelle. La prima è il piedritto del portale di Sant'Anna alla destra della facciata, adorno d'un altorilievo rappresentante San Marcello che, col pastorale, colpisce il drago; e i loggiati ornati di chimere marmoree. Nella seconda la lunetta del portale presenta ai lati del redentore e della Vergine due angeli in strane pose. Tutte le suddette figure hanno, per chi sappia profondamente osservare, un significato esoterico (11).
Lo svizzero sig. H. H. Pfau possiede una stufa in maiolica, fabbricata nel 1702, che è ornata di sedici medaglioni, rappresentanti il processo ermetico. Fu da lui esposta, nel 1896, nel Museo di Arti e Mestieri di Winterthour (12).
In Italia l'unico monumento del genere è la porta magica di Roma, che più esattamente dovrebbe essere chiamata ermetica.


III - CRISTINA ALESSANDRA E L'OLTRAMONTANO.

Cristina Alessandra, regina di Svezia, figlia di Gustavo Adolfo, nacque il 18 dicembre 1626, e regnò dal 1632 al 1654. Donna allegra e originale, esperta in tutti gli esercizi fisici e dottissima, stanca un giorno della vita che menava in mezzo a un popolo che non conosceva che le armi, consigliata astutamente da alcuni gesuiti che l'attorniavano, pensò d'abdicare. Detto fatto, nel 1654 abdica e i suoi sudditi le fissano un'annua pensione. Ella viene a Roma con alcuni amici e alcune amiche, dopo avere a Innsbruck abiurato il protestantesimo per assumere la religione cattolica.
Per ordine di Alessandro VII, allora pontificante, viene accolta con grandi feste in tutte le terre papali che attraversa: a Ferrara, nella Romagna, nelle Marche, nell'Umbria e nel Lazio.
Se non che, dovunque, i buoni sudditi pontifici si domandano, trasecolati, con chi mai abbiano a fare, se cioè con persona che goda la grazia di Dio, oppure con un'invasata.
L'ex-regina procede, infatti, fra uno sfavillante corteo e pur stando a cavallo ne fa di tutti i colori, con scambio di cappelli coi cavalieri, corse e fermate improvvise e banchetti notturni. Nondimeno popolo, nobili, clero la ricevono con infinite dimostrazioni di stima e di deferenza. Accolta a Roma come una trionfatrice, è acclamata regina e accompagnata con pompa solenne, dalla nobiltà e dai prelati, da ponte Milvio al palazzo Farnese, statole assegnato per dimora. In tale occasione Alessandro VII fa perfino murare nella parte interna di Porta del Popolo, una lapide commemorativa tuttora esistente, con l'epigrafe:

FELICI FAUSTOQE INGRESSUI ANNO. DOM. MDCLV. (13)

Ciò avviene il 20 dicembre 1655.
Stabilita che si è in Roma, l'ex-regina si dà a proteggere le scienze, le lettere e le arti, e crea quell'Accademia di Camera, che il 5 ottobre 1690 prese il nome di Arcadia. Le prime sedute dell'Accademia di Camera (che si occupava di scienze morali) furono tenute nel palazzo Farnese; le successive lo dovettero essere nel palazzo Mazzarino (seconda abitazione romana dell'ex-regina); e le ultime sono state nella terza abitazione di lei, cioè al palazzo Riario (presentemente Corsini), alla Lungara. La gran dama svedese assunse il nome accademico di Basilissa. Per quanto immensamente dotta e intelligente, ella era però vanitosa, senza freno
morale, si spingeva a eccessi che la diffamavano e, correndo dietro a illusioni fantastiche, passava d'amore in amore, in mezzo a un continuo turbinio di maldicenze, scialacquando il suo appannaggio. Il popolino di Roma, sia per la maschia figura, che per gli esercizi di equitazione e gli sport ai quali si dedicava, la soprannominò "il Maschiotto".
Di questo strano tipo di donna è restato in Roma un ricordo: una bocca di vasca. La storia di questa bocca è narrata dal Maes nelle "Curiosità romane " in tal guisa: "Un giorno Cristina di Svezia si recò a visitare Castel Sant'Angelo, che in quel tempo era una specie di fortezza, posta a guardia della Città leonina. Presa da ardor bellicoso, volle dar prova d'animo virile tirando per divertimento tre colpi di cannone, a bersaglio dei quali prese la porta di ferro di villa Medici (sul monte Pincio). Due colpi andarono a vuoto; il terzo prese nel segno. E la palla fortunata sorge ancora come trofeo in mezzo all'ampia tazza di granito di quella fontana che forma vago ornamento (in via della Trinità dei Monti) sotto il padiglione delle elci secolari dinanzi al prospetto dell'Accademia di Francia. Dalla palla forata guizza un bel zampillo, che ricade nella gran tazza e gronda nel sottostante bacino ".
La corte dell'ex-regina si componeva di donne equivoche, di nobiluzzi spiantati, di avventurieri, di dilettanti, di ciarlatani, di ladri e di sicari (14).
Pur tuttavia, essendo ella una nobile convertita, il papa sopportava tutte le sue stravaganze e la compagnia di saltimbanchi e di depredatori che l'attorniava.

Cristina Alessandra era donna dottissima per i suoi tempi, tanto che i contemporanei la soprannominarono "la divina musa". Ella si dedicò a studi severi e predilesse la compagnia dei dotti; fece anche la conoscenza di scienziati e di occultisti. Tra i primi merita special menzione il Cartesio (15), che ella chiamò alla sua corte, a Stoccolma nel 1649, e del quale, con le sue esigenze, cagionò la morte. Di fatti ella volle prendere da lui lezione di filosofia, per la quale non trovò ora più adatta della aurora. Poverina! non aveva in tutta la giornata, altra ora disponibile! Così l'illustre fondatore del metodo sperimentale, nell'inverno del 1649-50, col freddo clima dei paesi nordici, fu costretto a recarsi a Corte tutti i giorni, alle cinque del mattino per dissertare sulla filosofia innanzi a un aristocratico uditorio. Ne seguì che prese una infreddatura, in conseguenza della quale morì l'11 febbraio 1650, nel suo cinquantaquattresimo anno di vita.
Tra gli occultisti è da notare il celebre gesuita tedesco Atanasio Kircher (16), divulgatore della lanterna magica, il quale, essendo già stabilito in Roma da vent'anni, all'avviso di Cristina Alessandra, si diede premura di invitare quella sovrana a visitare il suo laboratorio. Ella vi si recò e il Kircher, allora, tra le altre cose, le mostrò un esemplare di palingènesi. "In una fiala dal lungo collo egli conservava le ceneri di una pianticella, alle quali un dolce calore ridava le vitali apparenze". Era un miracolo somigliante a quello del sangue di San Gennaro. Però quella visita non recò fortuna al gesuita tedesco. Egli soleva tenere la fiala sul davanzale della finestra e, dopo che la svedèse la ebbe esaminata, egli tornò a posarvela. Cristina, pochi mesi dopo parti dall'Urbe, ma quando, nel febbraio del 1657, il mago, un giorno, volle esaminare di nuovo la fiala, la trovò crepata pel gelo. Egli pensò che essa, commossa pel grande onore di essere stata fra le mani di una regina tanto illustre, si fosse sdegnata di doversi mostrare ancora a chi era da meno di lei (17). Cristina, protesse anche quanti si occuparono di scienza e di filosofia. Così giunse anche - fin dalla sua venuta in Roma, cioè dai primi del 1656 - a sovvenire gli esperimentatori e a porger loro le comodità per eseguire esperienze. Tra queste vanno menzionate quelle riferentesi alla fabbricazione dell'oro, poiché ella si interessava di crisopea.
L'abate Cancellieri, illustre e noto archeologo del secolo passato (18), a riguardo di lei e della fabbricazione dell'oro, scrive quanto segue: «Ella, fatti costruire nella propria abitazione [al palazzo
Farnese] vari laboratori, invitò i dilettanti di una tal arte ad andare a fare in essi le loro operazioni, somministrando loro quanto occorreva per eseguirle».
Il nostro archeologo aggiunge anche questa importante notizia: "Si presentò un giorno alla regina un giovane oltramontano, rammentandole la permissione di prevalersi di uno dei suoi laboratori; ed avendoglielo (quella) accordato, incominciò egli il lavoro. Dopo qualche mese, presentossi di nuovo alla regina, e le disse, che aveva bisogno di andare altrove per trovare un'erba, che serviva al compimento dell'operazione, e la pregò di dargli un ripostiglio, ad oggetto di custodire in esso, durante la sua assenza, due vasi d'un liquore, che colla giunta dell'erba, la quale mancava, sarebbe diventato oro; ma che lo bramava chiuso a due chiavi di mappa diversa, una delle quali rimanesse presso la regina, l'altra presso di lui. Gli fu tuttavia accordato e partì. Dopo molto tempo la regina, non vedendolo tornare, irritata di essere stata derisa, fece aprire a forza il ripostiglio, e presi i vasi, trovò congelato il liquore, e convertito uno in oro e l'altro in argento, ambedue perfettissimi in tutte le loro rispettive qualità. Frequentava la conversazione della regina il marchese Massimiliano Palombara, che fu Conservatore nel 1651 e nel 1677 (18), e che pure studiava l'arte di far l'oro.
Essendogli stato da lei narrato l'avvenimento, la motteggiò, con dirle, ch'erasi fatto fuggire l'uccello dalla gabbia. Dovette però egli, dopo non molto tempo, pentirsi del motteggiamento (20)». Noi ne
conosceremo tra breve il motivo. Il fatto ora esposto è da ritenersi sia avvenuto - per un insieme di circostanze - nella primavera dell'anno 1656.


IV - LA GRAND'OPERA

I cultori dell'arte alchimica, prima d'accingersi all'impresa della grand'opera, dovevano studiare tutte le discipline esoteriche, cioè quelle insegnate un tempo ai soli iniziandi, nelle università sacerdotali d'Egitto, di Grecia, della Persia, dell'India, della Caldea, della Gallia, dell'Italia e del Marocco. Questi studi sono indicati nel Nuctemeron d'Apollonio di Tiana e vengono simbolizzati dagli ultimi dodici arcani maggiori, o figure speciali, del Tarocco. Sono i seguenti.


Questo corso di studi comprendeva, perciò, la fisiologia, l'androgonia, la cosmogonia e la teogonia.

Gl'iniziati riconoscevano l'esistenza di alcune leggi generali, quali:

l° L'Uno sta in tutto.

2° Il visibile è l'esteriorizzazione dell'invisibile.

3° Ciò che sta in alto è come ciò che sta in basso.

4° La natura è completamente rinnovata dal fuoco.

Per ottenere la pietra filosofale si praticavano tre operazioni: 1 ° La distillazione. 2° La sublimazione. 3° La fusione. Uno speciale apparecchio serviva per ciascuna di esse; sicché rispettivamente si adoperavano il lambicco, l'ovo filosofico e il crogiolo.

l° Distillazione. - Era eseguita per mezzo del lambicco, apparecchio il cui nome deriva dalla voce araba al-anbiq, «il vaso da distillare ».

Gli alchimisti dei secoli passati dicevano che tutti i metalli, prima di essere piombo, ferro, rame, ecc. sono stati oro; perciò la loro distillazione non era altro che una epurazione (21).

Tale operazione alchimica richiedeva tre processi: la sublimazione, la distillazione e la coagulazione; ognuno dei quali veniva eseguito da uno dei tre strumenti dei quali, nel secolo XVII, si componeva l'alambicco, o lambicco. Essi erano i seguenti:

A. Un fornello a riverbero, detto atanòr, dall'arabo et-tannôr, «il forno circolare di terraglia», sul quale era posata una caldaia di metallo, detta cucurbita, che aveva un coperchio, pure metallico, chiamato cappello, testa di morto o semplicemente testa. Da quest'ultimo partiva un lungo tubo diretto.
Con questo strumento s'otteneva la sublimazione, cioè la volatilizzazione dei corpi solidi.

B. Un pallone o matraccio, ossia un fiasco ben panciuto di vetro, munito in basso di un tubo, che si connetteva al tubo partente dalla testa della cucurbita. Questo globo, detto propriamente condensatore, veniva in parte immerso in un tino contenente acqua, detto refrigerante. La sua estremità superiore, ch'era aperta, veniva chiusa da uno speciale turacciolo di vetro, chiamato capitello, provvisto di un lungo tubo diretto, che in seguito - quando fu costruito a spira - venne denominato serpentino. Il matraccio, o lambicco propriamente detto, serviva alla distillazione, cioè alla separazione nel corpo già volatilizzato, dei principi volatili dai fissi, ossia della parte spiritosa, oleosa, salina o acquosa da quella grossolana e terrosa.

C. Una storta, o vaso di vetro a pera, con un tubo che s'innestava in quello del capitello. Quest'ultima parte dell'apparato distillatorio serviva alla coagulazione, ossia al rappigliamento della materia depurata.

Sublimazione. - Veniva effettuata mediante due processi: la sublimazione e la coagulazione.

A. Per eseguire la prima si faceva uso di un matraccio solidissimo di vetro verde, avente forma d'uovo - donde l'appellativo d'ovo filosofico - matraccio ch'era chiuso ermeticamente e che era messo a cuocere sull'athanor, o fornetto refrattario.

B. L'ovo comunicava, pel becco, con una storta, che si poggiava su di un banchetto e che serviva al compimento del secondo processo.

Fusione o liquefazione dei corpi solidi - Serviva all'uopo un crogiòlo o vaso di terra, di ferro o di platino, con fondo stretto e bocca larga munita di un becchetto, che veniva posto su di un fornetto.


Il processo alchimico era lungo e faticoso: constava di sette lavori, pari alle sette giornate di Dio nella creazione del mondo. Però - in fondo - queste operazioni si riducevano a tre; ed erano: 1° la produzione del Sale; 2° la confezione del Solfo; 3° La coagulazione del Solfo col Mercurio. Però, prima di parlare di tale processo, è necessario fare alcune premesse.
Gli alchimisti consideravano ogni corpo naturale composto di quattro elementi, cioè:


Queste parti unite componevano uno strano geroglifico


Però è bene avvertire che, nei trattati alchimici, per indicare un'idea, non è sempre adoperato un solo ed unico simbolo, anzi, tutto al contrario.
La Scienza Sacra - come già è stato detto - ammetteva quattro leggi universali.
La prima era: L'uno sta in tutto (dal greco en to pan) e significava che in ogni corpo è insito il principio informativo, o più chiaramente lo spirito. In altre parole, gli alchimisti volevano dire che Dio sta in ogni dove. Identico concetto hanno della divinità i cristiani. Chi non ricorda la notissima quartina metastasiana?

Dovunque il guardo giro
Immenso Dio ti vedo
Nell'opre tue t'ammiro
Ti riconosco in me

La seconda, Il visibile è l'esteriorizzazione dell'invisibile, esprimeva l'idea che a ogni forma esterna, o corporea, corrisponde una speciale anima (22). A ogni corpo, oltre lo spirito, o particella divina, è attribuita dagli esoteristi un'anima. Donde sgorga la possibilità di separare nei minerali, mediante uno speciale processo, gl'involucri esteriori o terrosi (la ganga) dai loro principi vitali e spirituali, o - come si diceva - volatili e fluidici.
La terza legge ciò che sta in alto è come ciò che sta in basso, e viceversa, vale: tutto ciò che sta sulla terra e che cade sotto i nostri sensi è analogo - non identico - a tutto ciò che sta in cielo e che noi, allo stato normale di vita, non possiamo né vedere, né sentire, né toccare. Perciò ogni cosa considerata in alchimica assumeva la forma di un binomio.

a) Unità
e Analogia
b) Dualismo
ed equilibrio
c) Trinità
e volontà


Il primo termine di ciascun binomio si riferiva al cielo, il secondo alla Terra. Dall'annunciata sentenza (che sta al principio della Tavola smaragdina d'Ermete Trismegisto) (23) si inferiva la possibilità delle comunicazioni astrali, o telepatiche, giovandosi della proiezione di fluido magnetico: con tal mezzo si poteva vedere, sentire e comandare a distanza. Mi spiego. Il Sale è un corpo che ne equilibra due altri, l'Anima e lo Spirito; perciò, come tutti i mediatori, è duplice.
Questa duplicità è indicata chiaramente dal simbolo, giacché il diametro divide il cerchio in due parti, che sono il Fisico, o Corpo, e il Perispirito, o Corpo Astrale. Ora, l'Umido radicale o fuoco dei Filosofi, o Mercurio aurifero, se agisce sul Mercurio dei Saggi o Azoth (24) detto anche Luce astrale, Telesma, Aur, Movimento, Zona ecc. (24) genera il moto, se sul Corpo astrale, l'acume o Ermes; se sulla Mente, il pensiero (25).


Nel primo caso, che è quello solo che c'interessa, l'Umido radicale, cioè la forza nervosa, agendo sul fluido magnetico, lo fa compiere cose meravigliose.
Il campo di tali fenomeni è l'atmosfera, cioè la fascia d'aria interpenetrata d'etere che circonda la Terra (26), fascia o zona che gli occultisti denominarono Serpente astrale, Uroboros o Drago della Soglia (celeste). In conclusione, gli spargiristi (27), ritenevano di poter giungere, per mezzo della propria volontà e col metodo magnetizzatorio alla soluzione del problema della dirigibilità delle vibrazioni della sostanza universale, dell'etere. Essi, infondendo alle particelle di questo, comprese nei corpi da trasformare - in stato di disgregazione, cioè in putrefazione, - uno speciale ritmo, a seconda dei casi, ottenevano - almeno così asserivano loro - la disintegrazione (28), la reintegrazione (29) e la trasmutazione, cioè il cambiamento degli stessi corpi. Ecco il principio della Grand'Opera.
Quarta legge: La Natura è rinnovata completamente dal fuoco. Quest'ultima è il corollario delle precedenti. Vale: per mezzo delle vibrazioni eteree (del fuoco) si possono operare trasmutazioni meravigliose. Di modo che l'alchimista praticante si accingeva alla fabbricazione della pietra filosofale (del lapis philosophorum) mediante tre fuochi: 1° La volontà propria, intensa e costante, diretta a ottenere l'intento agognato; 2° L'etere circostante, che comunicava i comandi di quella esteriorizzati mediante la proiezione magnetica - all'anima dei minerali; e per questo motivo l'alchimista covava il suo lavoro. Con tal mezzo il praticante mutava la orientazione degli atomi del corpo in trasformazione, sicché di un corpo se ne formava un altro. 3° Il fuoco artificiale che, mantenendo i minerali a un calore di generazione, ne favoriva il cambiamento chimico.
Spiegata in tal modo l'essenza dell'operazione somma dell'alchimia, vengo al suo processo, desumendolo dalle opere dell' Arte.
I corpi dei quali si deve parlare sono sette: il solfo, il mercurio, il sale, la luna, il sole, la mònade e il lapis philosophorum.
Iª operazione. - Produzione del sale. - Constava di tre lavori.
Primo lavoro. - Si doveva estrarre, con la distillazione, dalla materia iniziale, ossia dal mercurio naturale (altri dice dall'allume, altri dalla canfora, altri dall'antimonio), un lievito o fermento speciale, che veniva chiamato spirito universale, spirito primo solforoso o Solfo.
Secondo lavoro. - Si doveva fare agire questo fermento sull'argento naturale, sempre per mezzo della cottura, o distillazione, per ottenere un altro fermento, detto Anima solforosa, Mercurio terrestre, Spirito secondo mercuriale, o Mercurio.
Terzo lavoro. - Dal mercurio terrestre, dopo che aveva agito sull'oro, si ricavava, sempre per distillazione, un nuovo fermento: il Mercurio filosofico, detto anche Spirito terzo, corpo sulfureo, Sale.
IIª Operazione. - Confezione del solfo - Questa consisteva in un solo lavoro, diviso però in due stadi.
Primo stadio. - Combinando solfo mercurio e sale, cioè i tre fermenti già ottenuti, in un ovo filosofico e mettendolo a cuocere sull'atanor, si otteneva - dopo alcuni mesi di ininterrotto riscaldamento - la trasformazione dei tre fermenti in un quarto, atto a convertire i metalli impuri (il piombo e il mercurio) in argento. Questo nuovo corpo, che era raccolto in una storta, veniva chiamato Solfo bianco, o Luna.
Secondo stadio. - Se, ottenuto il solfo bianco, si metteva a distillarlo con una certa quantità d'argento naturale, si otteneva un quinto lievito, che convertiva tutti i metalli in oro.
Questo veniva detto Solfo rosso, o Sole. L'operazione con la quale si otteneva il solfo bianco era chiamata Piccola opera; quella con cui si aveva il rosso, Grand'Opera. Con la nascita del Sole aveva termine il quarto lavoro.
IIIª Operazione. - Coagulazione del solfo col mercurio. - Questa comprendeva i tre ultimi lavori.
Quinto lavoro. - Unendo mercurio terrestre, solfo bianco, solfo rosso e oro, si formava una miscela che, dopo dissolta produceva un nuovo lievito, che veniva chiamato medicina universale, perché non solo agiva - dicevano gli alchimisti - sui tre regni della natura, ma trasmutava anche, più efficacemente del solfo rosso, i metalli in oro. Altri le diede lo appellativo di mònade, di Kohl e di lapis philosophorum, quantunque quest'ultimo nome pare fosse più esattamente applicato alla pietra stessa, dopo terminato il penultimo lavoro.
Sesto lavoro. - La medicina universale, nella misura d'una parte, se veniva cotta con due parti o di spirito universale, o di mercurio terrestre, aumentava di potere; e quante più volte quest'operazione era ripetuta, tanto più la detta medicina acquistava virtù. Questo penultimo lavoro si chiamava moltiplicazione della pietra. Il nuovo lievito, che era liquido, ma che veniva poi ridotto in polvere, era la vera pietra dei filosofi. Per il suo stato fisico, veniva anche chiamata polvere di proiezione.
Settimo lavoro. - L'alchimista, usando della pietra filosofale, godeva alla fine del risultato ottenuto e si riposava. I tre ultimi lavori venivano eseguiti, come già è stato accennato, per mezzo del crogiolo (30).

V - IL MARCHESE E IL PELLEGRINO.


Nell'anno 1656, dietro il posto occupato presentemente dalla chiesa di S. Alfonso, a via Merulana, e dietro la località costituente oggi la villa Caserta, si stendeva la villa Palombara. Il Cancellieri, che ne parla nelle "Dissertazioni epistolari di G. B. Visconti e Filippo Waquier de la Barthe sopra la statua del Dioscòbolo, scoperta nella villa Palombara" dice che fu acquistata nel 1620 da Oddone Palombara, marchese di Pietraforte, dal precedente proprietario, il duca Alessandro Sforza, con lo sborso di 7.000 scudi (pari a lire 35.000) per le fabbriche e i terreni. Soggiunge che in quell'epoca si componeva di 30 pezze di terra (circa 80.000 m. q.) che in seguito vennero aumentate. Esaminando la pianta di Roma del Noili, disegnata nel 1748, si rileva che il latifondo aveva a un dipresso la forma d'un esagono irregolare. Si estendeva, longitudinalmente, dal cancello settentrionale del giardino di piazza Vittorio Emanuele fino al viale Manzoni; e, in larghezza, dal cancello meridionale del detto giardino fino alla via Merulana.
La villa Palombara confinava a N.E. con la strada Felice (detta in seguito via di San Vito e convertitasi poi nella piazza Vittorio Emanuele); a S.E. con la villa Altieri, della quale oggigiorno non resta che un piccolo lembo; al S., col viale Manzoni; a O., con la via Merulana e col giardino Manganetti; e al N.-E., col giardino Gaetani. Aveva cinque accessi: tre sulla strada Felice (presentemente via di San Vito), uno sulla via Merulana e uno sul viale Manzoni. Nella prima via era, all'angolo N. dell'appezzamento, un'ingresso secondario, poco discosta da questo, «incontro a Sant'Eusebio, di rimpetto ai Trofei di Mario e prima del cancello di ferro della villa» (31) v'era una porticina (la porta magica); e in ultimo, cioè più al S., veniva l'ingresso principale, con cancello di ferro, come or ora s'è detto. Un altro ingresso secondario si trovava al canto dell'ora via Alfieri con via Merulana; e l'ultimo era situato nell'ora viale Manzoni, in prossimità del canto che questo forma con via Merulana.
Al centro della tenuta s'innalzava il "casino", del quale parla il Cancellieri, casino che sembra esser rimasto in piedi fino oltre il 1870 (32). La villa possedeva, inoltre, cinque piccoli edifizi, dei quali non mi è stato possibile accertare la destinazione. Tutto il terreno era diviso in due parti distinte: la villa propriamente detta, al N.; e le vigne al S.
Nella detta villa fu rinvenuta una riproduzione del Discobolo di Alcamene, che ora è conservata nel museo vaticano (sala della Biga). In breve tempo la famiglia Palombara si estinse: ultima sua rappresentante era, nel 1806, la marchesa Barbara Savelli Palombara Massimi, dama dell'ordine della Crociera, signora coltissima. La villa a quanto n'è dato arguire, andò in deperimento.
Infatti, in quello stesso anno, aveva di già assunto il modesto titolo di "Orti Palombara". Alla morte della marchesa Barbara passò a nuovi proprietari: successivamente dovette essere venduta a vari acquirenti.
Nel 1870, nella via di San Vito, non vi erano più neppure le tracce dell'ingresso principale, e la porticina era, come s'è detto, una semplice cornice, senza imposte, murata all'esterno di un muro di
cinta. Presentemente tutto quel vasto appezzamento è solcato da strade od occupato da case e palazzi.

***
Il marchese Massimiliano Palombara viveva nella sua villa; e, da quell'amatore di alchimia che era, aveva stabilito il suo laboratorio nel pianterreno del casino. S'era probabilmente, all'autunno dell'anno 1656. «Una mattina - scrive il Cancellieri nella summenzionata opera - pel portone che sta sulla strada, la quale conduce da Santa Maria Maggiore a San Giovanni in Laterano (cioè pel portone che dava sulla via Merulana), entrò uno, vestito da pellegrino, il quale si pose a girare e a guardare sul terreno, come se qualche cosa ricercasse. Fu veduto da uno dei servi del marchese, il quale subito corse ad avvertirne il padrone; ed egli gl'ingiunse di condurlo a sé. Ubbidì il servo; e il pellegrino, che altro non bramava, si recò subito al casino; e presentossi al marchese con un mazzetto d'erba nella mano. Dimandogli, a qual fine erasi introdotto nella villa. Gli rispose il pellegrino, che cercava quell'erba che teneva in mano, e che, sapendo quanto il signore della villa si dilettasse dell'arte di far l'oro, voleva col fatto dimostrargli, che l'opera era difficile, ma non impossibile ad eseguirsi; ma che, per altro, desiderava d'osservare come egli lavorasse e a qual termine fossero i suoi lavori. Non esitò il marchese a mostrarglieli».
«Entrato nel laboratorio, trovò l'operazione ben diretta. Quindi abbrustolita e polverizzata l'erba che aveva raccolta, la gettò nel crociuolo, che era pieno di un liquore, ed ordinò che non si aggiungesse altra materia combustibile al fuoco, che ardeva sotto di esso, e che si lasciasse naturalmente estinguere. Il pellegrino si fece dare la chiave della stanza del laboratorio, affinché niuno andasse a guastare l'operazione, e dimandò di dormire nella notte seguente in una stanza contigua al laboratorio medesimo, per essere in caso di osservare di quando in quando il lavoro, promettendo al credulo marchese, che nella seguente mattina sarebbe stato compìto, e che egli poi gliene avrebbe svelato l'arcano. Si lasciò sedurre il marchese dalle promesse del pellegrino, il quale mostrava all'aspetto di esser uomo ingenuo ed onesto, né appariva di essere impostore e mendico, perchè nulla aveva richiesto per la sua opera».


***

«Venuta la mattina, ricercò subito il marchese del pellegrino; ma dai servi gli fu detto, che ancora non aveva aperta la stanza del laboratorio, perchè forse tuttora dormiva. Aspettò impaziente qualche altro tempo; ma, essendosi inoltrato molto il giorno, fece picchiare alla porta per destarlo dal supposto sonno. Niuno rispose; onde, temendo fosse stato sorpreso da qualche grave male, fece aprire la porta con violenza, e vide, che il pellegrino non era nella stanza assegnatagli, essendo uscito forse da una finestra che, stando in pianterreno, non era alta da terra. Allora entrato in quella del laboratorio, trovò il crociuolo rovesciato sul pavimento, ed una striscia di materia congelata di color d'oro sul pavimento istesso. La raccolse e la sentì pesante, e fattone poscia esperimento, trovò essere oro perfettissimo. Il pellegrino però non mancò alla promessa fattagli di svelargli l'arcano. Sopra il tavolino del laboratorio lasciò una carta in cui erano delineati e scritti vari enigmi. Il marchese Massimiliano, in memoria di un tale avvenimento, oltre varie iscrizioni, messe nella sala, e nel muro esterno del casino, nel 1680 li fece incidere in marmo, parte sul portone posto sulla strada, la quale come si è detto conduce da Santa Maria Maggiore a San Giovanni in Laterano (cioè posto sulla via Merulana), (e quest'iscrizione riguarda la invenzione e l'esistenza dell'erba, accennata di sopra, in quel sito); parte intorno ad una piccola porta (la porta magica), sulla strada, incontro a Sant'Eusebio; e questi enigmi e iscrizioni sono le ricette per la manifattura dell'oro».
«Saputosi il curioso fatto dalla regina di Svezia, si compiacque di poter restituire al motteggiatore i ricevuti motteggiamenti» (33).

VI - SIMBOLI E REGIMI

Gli alchimisti che, essendo già avanzati parecchio nella conoscenza della chimica, decomponevano e ricomponevano i corpi, aspiravano anche a carpirne i segreti della Natura e a riprodurne - mediante la putrefazione e la rigenerazione - l'opera creatrice. A tal fine tentavano di far prendere alla materia le forme da loro divisate. Così ebbe origine la Grand'Opera, che richiedeva la triplice distillazione al lambicco, la cottura dell'ovo filosofico e la liquefazione nel crogiolo, anche questa per tre volte almeno. Il processo era lungo e difficile; i praticanti dovevano tenerlo celato, e dovevano altresì nascondere ai profani i risultati delle loro faticose e interminabili ricerche. Quindi per non dimenticare le scoperte fatte, ricorrevano all'astuzia di descriverle velandole. Cioè le ri-velavano. Questa è l'origine del simbolismo alchimico, la cui ignoranza rende impossibile la lettura dei trattati spargirici. Esso verte sui corpi, sugli strumenti e sui processi usati. Così. p. es., la materia prima era chiamata allume, la materia primitiva testa di corvo, il primo fermento era detto solfo, il secondo mercurio terrestre, il terzo mercurio filosofale, o tesoro dei sapienti, e anche sale, il quarto sposa bianca, solfo bianco o Luna, il quinto marito rosso, solfo rosso, o Sole, l'argento era chiamato regina, l'oro re, il sesto fermento monade, e il settimo pietra Filosofale.

Degli strumenti abbiamo già abbastanza veduto; basterà perciò soltanto ricordarne i nomi: l'athanor, la cucurbita, il lambicco, l'ovo filosofico, la storta e il crogiolo. La forza magnetica universale (che nell'uomo prende il nome di forza nervosa) era detta Umido radicale, l'etere era detto Azoth, la distillazione era chiamata aquila volante, i metalli in ebollizione erano detti leoni (ai quali, a seconda dei casi, erano assegnati colori differenti, così si diceva leone rosso, leone verde e leone turchino) e la pietra moltiplicata aveva l'appellativo di pavone.

Le parabole celavano le operazioni eseguite. Talché si trovano menzionati, nei libri alchimici: Giove cambiato in pioggia d'oro per sedurre Danae; la nube della quale quel Dio si circondò per avvicinare la ninfa Io; i prodigi della lira d'Orfeo, ch'era setticorde (34); la pietra di Deucalione; la leggenda di Mida; la fenice che rinasce dalle proprie ceneri (35); il femore aureo di Pitagora; il sasso di Sìsifo (36); il furto dei pomi di oro nel giardino dell'Esperidi (37); Tiresia che vede Minerva nuda (38); Cadmo che semina i denti del vinto serpente (39); la spedizione degli Argonauti alla ricerca del vello d'oro (40); il vaso di Pandora; l'anello di Gige (41); le avventure di Marte, Venere e Vulcano; la veste di Deianira; Ercole in culla che uccide i serpenti di Giunone; Mosè che opera miracoli con la sua verga; Diana avvinta negli amplessi di Venere (42); ecc. ecc. L'interpretazione di queste storie simboliche non poteva farsi che con progressive iniziazioni, e lo scopo che si doveva prefiggere l'alchimista non poteva mai essere quello materiale, pena la perdita della scienza (43).

Guida all'apprendista erano le carte del Taro, o tarocchi, antichissimo giuoco egiziano, Essi esprimono gli attributi caratteristici delle varie sostanze della operazione alchimica.
In modo speciale, poi, il XII arcano - l'Appeso - rappresenta l'alchimista, La croce +, che la figura fa con le gambe, indica la difficoltà della comprensione della realizzazione alchimica. Tutta la persona, inoltre, con la posizione esprime il simbolo del Solfo capovolto (SIMBOLO DELLO ZOLFO), significante la fissazione del Solfo, ossia la realizzazione ottenuta.
Corpi, strumenti e operazioni, erano espressi da simboli grafici. I metalli erano indicati mediante le notazioni planetarie, gli acidi, i sali e le amalgame da segni speciali.

L'opera alchimica era espressa per mezzo della fenice, perché la figura di quest'uccello significa che, per virtù del fuoco, la natura si rinnova nella sua integrità (cioè completamente); la tripla fermentazione (minerale, vegetale e animale), o trinità germinante, era indicata dal triangolo in scritto nella circonferenza; la cucurbita, col suo capitello, era simbolizzata dall'orso; la fiala dallo struzzo; due cucurbite intrecciate costituenti un "vaso circolatorio", erano espresse da un uomo e da una donna abbracciati; la storta era rappresentata da un'oca; il matraccio (o circolatorium, cioè vaso avente il becco immettente nel pallone, il quale era munito d'apertura in basso anziché in alto) lo era dal pellicano (44), l'antimonio dal lupo; il mercurio da un androgino (ermafrodito) alato e barbuto, che sta sopra un cubo e ha la testa coronata di fiamme; il solfo rosso da un drago alato; l'oro da un leone; e la pietra filosofale dall'iridescente pavone.

*****

Il più importante dei lavori era il quarto. Si divideva esso in due stadi e in sei regimi (Saturno, Giove, Marte, Venere, Luna, Sole).
Messi nell'ovo filosofico solfo, mercurio e sale, e cominciata la cottura o distillazione, quei fermenti prendevano un color nero; e, man mano che la cottura procedeva, assumevano altre colorazioni, che all'incirca seguivano la progressione dei colori dello spettro solare. Su tali colori sono basate tutte le storie alchimiche; ad essi gli spargirici davano una corrispondenza planetaria e una minerale. Il primo colore, o nero, corrispondeva al piombo e a Saturno; e quello stato della materia distillata veniva chiamato col nome speciale di testa di corvo o di caput mortuum, "testa fredda". Al nero succedeva il cenerino, il grigio, il bianco appannato; questo secondo grado di cottura, o secondo regime, corrispondeva allo stagno e a Giove. Terzo regime era quello del ferro o di Marte, con i colori celeste, azzurro e turchino. Il quarto regime corrispondeva al rame o a Venere ed era distinto dai colori verde, iride e giallo. Il quinto regime corrispondeva all'argento vivo o mercurio, e al pianeta Mercurio, e presentava i colori aranciato, citrino e bianco. Esso poneva termine al primo stadio, e la materia dell'ovo filosofico, essendo pervenuta alla bianchezza, veniva chiamata solfo bianco o Luna.
Continuando la distillazione l'opera prendeva i colori rosso, rubino e porpora; s'era allora al sesto regime. La materia corrispondeva perciò all'oro e a Cupido ed era diventata Solfo rosso o Sole (45).

Il quinto lavoro produceva il sesto lievito, detto monade. Questa veniva rappresentata da un geroglifico formato dai segni della Luna, del Sole, dei quattro elementi (il tau o croce) e dell'Ariete (o del fuoco).

Nella porta magica tale geroglifico è un po' diverso; ma ha lo stesso significato.

continua....

vai alla seconda parte

vai all'introduzione

NOTE:

(l) Vidi la porta sul posto nel 1869 e la mia immaginazione ne restò colpita: avevo allora otto anni. Le poche notizie sopra riportate mi furono date da mio padre, che le aveva sapute da vecchi romani.

(2) Il Lenormant (Memoire sur la veritable disignation du monument de Rome connu sous le nom des Trophée de Marius, Revue Numismatique, 1842) riconosce invece in quei resti il Ninfeo di Severo Alessandro, che si trovava appunto nella regione V o Esquilina.

(3) La vecchia sinagoga, in piazza delle Scuole, dov'è il palazzo Cenci.

(4) Si deve dire alchìmia, cioè la chimia secondo la voce araba (ch'è kimiia, e non già kimìja) e secondo Dante. Questi, parlando di Griffolino, scrisse:
«Me per alchìmia, che nel mondo usai,
Dannò Minos, a cui fallir non lece»
(Inferno, XXIX, v. 119-120)

(5) Con ignis non s'intende parlare del fuoco materiale.

(6) Fu un grande adepto: inventò e descrisse l'alambicco o lambicco, per l'estrazione dell'alcool dai vini, e scrisse della camera oscura. Da quell'opera il Kircker trasse la parte sostanziale del suo Oedipus aegyptiacus. (KREMMERZ, Mondo Secreto, 1898, p. 517).

(7) Il Filalete nacque in Inghilterra nel 1612 ; fu educato in America; divenne alchimista adepto, sì da eseguire molte trasmutazioni; fu G... M... della R+C; viaggiò pel mondo (egli stesso si vantò di essere abitante dell'Universo); scrisse il celebre Introitus apertus ad occlusium Regis Palatium, cioè L'Entrata' nel Palazzo chiuso del Re, ch' è un trattato classico d'alchìmia; e morì nel 1680. Costui non è da confondere col re Luigi di Sassonia, il quale, quando nel 1842 pubblicò la traduzione tedesca della Divina Commedia, assunse il nome di Filalete.

(8) La sua sede centrale è a Douai (Nord).

(9) Direttore della S. A. F. e della rivista, Les Nouveaux Horizons de la Science et de la Pensée.

(10) Nel 1914 ha intrapresa la pubblicazione di una rivista di studi occultistici, intitolata Pitagora.

(11) Vedi L'Initiation di Parigi, vol. 18 (febbraio 1893) pag. 97-109, vol 20 (luglio 1893) p. 73 - Le vieux Paris (Guida dell'Esposizione di Parigi del 1900); p. 50. Qualcuno ritiene che anche la gargolle della terrazza e i segni de' quali è coperta internamente la tour Saint-Jacques di Parigi abbiano un significato alchimico.

(12) Initiation, vol. 31 (maggio 1896); Supplemento.

(13) Felici faustoque ingrèssui, anno domini milliismo sexcentesimo quinquagesimo quinto - Pel fortunato e felice ingresso [di Cristina Alessandra in Roma], nell'anno 1655, [fu posta questa marmorea memoria].

(14) Ernesto Masi, Saggi di Storia e di Critica, p. 228 (Zanichelli, Bologna, 1906).

(15) Renato Descartes, in latino Cartesio, nacque nel 1596 all'Aia, presso Loches (Indre et Loire); ebbe una giovinezza tempestosa, viaggiò in gran parte d'Europa, e nel 1637, pubblicò l'immortale "Discorso del Metodo", che gettò le basi di una nuova filosofia.

(16) Atanasio Kircher nacque a Geisa [in Germania] circa il 1601 e mori a Roma nel 1680, dopo avervi fondato quel museo, che da lui ha nome.

(17) ALPHONSE GALLAIS, Les mystères de la magie, Paris, 1911, pag. 290.

(18) Francesco Gerolamo Cancellieri nacque a Roma nel 1751 e mori nel 1826.

(19) GALLETTI, Inscript. Rom. T. II. p. 128. 142. I Conservatori erano i consiglieri comunali.

(20) FRANCESCO CANCELLIERI, Dissertazioni epistolari sopra la statua del Dioscobolo, (Roma 1806), pag. 3, nota 2.

(21) Presentemente, invece, è in voga la teoria che tutti i minerali, eccetto l'idrogeno, siano corpi composti, i quali derivano a grado a grado da esso. (F. CH. BARLET, Essai de Chimie Synthétique, Paris, 1896).

(22) Questo principio è la base di tutte le arti divinatorie, componenti l'antropognosia, cioè della cefalografia, della frenologia, della metoscopia, della prosopologia, della chiromanzia, della somatologia, della fonologia, della grafologia, ecc.

(23) Cimelio ermetico egiziano, risalente a un'epoca anteriore a Mosé.

(24) Così chiamato dalla parola araba ez-zibak, l'argento vivo, il mercurio.

(25) Le Zoïsme, p. 7, fine folio.

(26) H. Durville¸ Magnetisme personnel, pag. 39-42.

(27) L'alchimia fu detta anche spargirica, o spagiria, dal greco. Questa denominazione, però, fu usata solo all'epoca di Paracelso, cioè durante la prima metà del secolo XVI (vedi Baccioni, Dall'Alchimia alla Chimica, pag. 23, nota 1).

(28) La morte

(29) La rinascita.

(30) Félix Fabart, Histoire philosophique et politique de l'Occulte, pag. 111-112.

(31) Cancellieri, Op. cit. , p. 3, nota 2.

(32) Si consulti la "pianta di Roma nel 1870", del Comune di Roma.

(33) Cancellieri, Op. cit. stessa nota.

(34) Le trasmutazioni dei sette metalli.

(35) La Grand'Opera.

(36) L'amens del Taro.

(37) La pietra filosofale.

(38) La profanazione del secreto alchimico.

(39) I lavaggi della materia.

(40) L'appropriazione della luce astrale.

(41) Il grande arcano alchimico.

(42) La sublimazione del Mercurio col Solfo.

(43) Un initié (Piytoff) Mystères des Sciences Occultes, pag. 284-285.

(44) Altro strano recipiente circolatorio era un vaso con due anse cave chiamato diota.

(45) Jollivet-Castelot, Comment on devient Alchimiste, pag. 60, 61 ; Oswald Wirth, Le Symbolisme Hermétique.

(46) Papus, Traité méthodique de Science Occulte, pag. 647 (Paris 1891). Vedi anche Fabart, Histoire de l'Occult, pag. 109, 112. Oswald Wirh, Le Symbolisme Hermétique, pag. 65. 66, 91.

(47) Detto anche regime della Luna o di Diana; corrispondente all'argento e al color bianco.

(48) Initiation, vol 19°, n°8, pag. 137 (maggio 1893).


Chiedi informazioni Stampa la pagina